Translate

venerdì 31 luglio 2026

Il nucleare in Italia. Tra mafia, scorie, malattie.

 

Chiara Madaro



Il 5 giugno 2026 la Camera ha approvato un disegno legge con l’obiettivo di introdurre nuovamente l’energia nucleare in Italia.

La discussione, iniziata ad ottobre 2025 con l’obiettivo di diversificare le fonti energetiche e produrle sul proprio territorio nazionale nel quadro delle politiche europee di decarbonizzazione da attuare entro il 2050, dovrebbe condurre alla messa a punto di un programma nazionale per l’energia nucleare e l’istituzione di una autorità indipendente per la sicurezza oltre che un organo di ricerca in materia di energia nucleare[1]. Con l’approvazione della Camera il Decreto legge è passato all’esame del Senato per l'approvazione definitiva di una strategia a lungo termine per la sovranità energetica.

Si punta agli Small Modular Reactors di terza e quarta generazione in grado di produrre meno scorie e con maggiori sistemi di sicurezza. Attraverso l’installazione di queste nuove centrali ci si propone di coprire almeno il 10-15% del fabbisogno energetico nazionale anche se la messa in opera di un programma di questa portata prevede tempi pluridecennali e il primo reattore entrerebbe in funzione solo tra il 2035 e il 2037 mentre si potranno registrare quantitativi rilevanti di energia solo nel 2040[2].

L’Italia vanta importanti centri di ricerca come l’ENEA ma rimangono alcuni nodi fondamentali in merito ad un tema che in passato ha generato molti conflitti sociali: la ricerca ha, forse, negli anni, migliorato la sicurezza degli impianti ma i recenti incidenti in Giappone hanno dimostrato che davanti alle forze della natura nessuna struttura può dirsi al sicuro. Inoltre rimane il problema delle scorie e dell’individuazione di uno o più depositi nazionali.

Nel 2023 il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato una mappa delle Aree Idonee (CNAI), 51 aree sparse in 6 regioni[3], Piemonte, Lazio, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia. Attualmente i rifiuti radioattivi italiani prodotti attraverso la medicina nucleare vengono stoccati grazie ad appositi accordi in Francia e Regno Unito mentre quelli a bassa radioattività sono conservati in 4 centrali nucleari dismesse a Trino, Caorso, Latina, Garigliano[4].

 

La questione dello stoccaggio delle scorie è rinfocolata nell’ottobre 2013 in occasione della declassificazione dell’audizione segretata di Carmine Schiavone avvenuta in occasione della seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sulle attività illecite ad esso connesse il 7 ottobre 1997.  

Carmine Schiavone, iniziato a Cosa Nostra a Milano da Luciano Liggio nel 1974 e appartenuto al clan dei Casalesi, diventa collaboratore di giustizia nel 1993. Le sue rivelazioni condurranno a centinaia di condanne nel maxiprocesso Spartacus.

In particolare Schiavone, cugino di ‘Sandokan’, Francesco Schiavone, anch’egli coinvolto nel giro, spiega come avvenisse l’interramento di rifiuti pericolosi nel casertano e nel resto d’Italia, attività svolta illegalmente e senza alcuna precauzione per decenni e in vicinanza di falde acquifere.

Le attività altamente lucrose denunciate da Carmine Schiavone sarebbero avvenute con il tacito beneplacito delle istituzioni: “La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato - afferma il collaboratore – Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe potuto esistere?”.

Schiavone, tesoriere del clan, registrava l’entrata di 100 milioni al mese per l’interramento di fanghi nucleari provenienti anche dalla Germania, sebbene ad un certo punto si rende conto che il profitto arrivava almeno a 600-700 milioni al mese.

Un business miliardario in cui c’era anche chi gestiva la faccenda ‘a livello massonico’ e che arrivava a personaggi del calibro di Licio Gelli: ‘Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business – dice Schiavone – So per esperienza che fino al 1992, la zona del sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall’Italia”. Molti fusti pericolosi e radioattivi venivano anche affondati in qualche carretta del mare nel Mediterraneo, tra Calabria e Campania. “So che a Milano c’erano delle società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero – prosegue Schiavone - rifiuti che poi venivano smaltiti al sud. So che in Lombardia c’erano queste società che gestivano i rifiuti ma non so chi erano i proprietari”. Ma descrive una gestione complessa, che necessitava di una progettazione articolata e gestita da poche persone in Italia, gente che faceva parte di circoli culturali, intelligente, che studiava, gente collegata ad Aversa, Lecce e Napoli[5].

La storia del nucleare in Italia è costellata da ostacoli e non sono mancate forme di sottostima del problema e contradizioni.

Un problema che riguarda la gestione sanitaria dei territori e delle popolazioni che li abitano esposti direttamente a tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi per decenni.

Tumori, malformazioni, danni genetici, lesioni gravi e gravissime al sistema encefalo-midollare e digerente, morti premature. Sono questi alcuni degli effetti di una esposizione diretta o indiretta alle radiazioni che si sprigionano in seguito ad un incidente nucleare.

Di queste alterazioni si era a conoscenza già negli anni Cinquanta, agli albori di una entusiastica campagna a favore di una forma di energia considerata ‘pulita’. 

Le prime evidenze degli effetti avversi delle tecnologie nucleari derivavano dai primi esperimenti atomici condotti nel dopoguerra dagli USA senza le dovute precauzioni. Per la prima volta nei simposi scientifici si inizió a parlare di un nuovo elemento radioattivo, lo stronzio 90. Barry Commoner[6], biologo, leader del movimento ecologico negli anni Sessanta e Settanta, denunciava che lo stronzio, elemento naturale non pericoloso e lo stronzio 90, suo isotopo radioattivo, si muove attraverso l’ambiente parallelamente al calcio in quanto elemento chimicamente simile. Questo, scambiato dagli organismi viventi per Calcio, viene assorbito dalle piante attraverso il suolo e quindi anche dal corpo umano entrando nella catena alimentare fissandosi nei vegetali, nel latte, nelle ossa.

Ma a metà degli anni Settanta l'uso dell'energia atomica per la produzione di elettricità era già una realtà in Europa occidentale. Altra storia in Italia, dove comincia a delinearsi una lunga battaglia antinucleare. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, il nucleare era in origine difeso a spada tratta proprio dai gruppi ambientalisti e proprio in quanto energia pulita.  Ma si inizia a parlare della scarsa sicurezza degli impianti nucleari, dei frequenti incidenti e dei terribili e incontrollabili effetti sugli esseri viventi. Si realizzano cosi le prime pubblicazioni a denuncia del silenzio delle autorità sui tanti incidenti che continuavano a verificarsi in altre parti del mondo. Cosi, quando si individuò in Montalto di Castro, nel Lazio, il sito giusto per l'installazione della prima centrale nucleare italiana, i cittadini si ribellano supportati da intellettuali e giornalisti. Il problema aveva preso una piega inaspettata destinata ad acutizzarsi quando nell'86 esplode il caso Chernobyl.

Fino al novembre 1987 quando gli italiani vengono chiamati a decidere attraverso una consultazione pubblica: il risultato referendario espresse chiaro parere negativo al nucleare in Italia.

In realtà non si trattò di dire semplicemente SI/NO sull'uso di questo tipo di energia.  Queste le domande:

 1) Volete che venga abrogata la norma che consente al CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali in caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti?

2) Volete l'abrogazione del compenso ai Comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone? (ndr, la cosiddetta monetizzazione del rischio)

3) Volete l'abrogazione della norma che consente all'ENEL di partecipare agli accordi internazionali per la costruzione della gestione delle centrali nucleari all'estero?

In tutti e tre i casi vinse il SI per l'abrogazione e in seguito al risultato di questo referendum furono interrotti i lavori per la costruzione di ben cinque centrali.

Ancora nel Referendum 2011 il 94% degli italiani risulta sfavorevole.

A distanza di alcuni decenni, la questione continua a registrare aspetti controversi dovuti anche ai pareri contrastanti in materia di sicurezza. La fusione, come si diceva, abbatte il problema dello stoccaggio dei rifiuti ma non lo elimina.

Nel 1999 al termine dei lavori della Commissione Scalia in cui viene audito Carmine Schiavone, approva all’unanimità un documento sulla ‘Strategia di Intervento per la Disattivazione degli Impianti Nucleari e la Sistemazione dei Rifiuti Radioattivi’.

Per la prima volta viene tracciato un quadro completo e dettagliato sulle scorie radioattive nel nostro Paese, spiegandone la pericolosità e presentandolo come “problema da risolvere". Bisognava, dunque trovare un sito apposito che raccogliesse i materiali recuperati dalla chiusura delle centrali di Latina, Corso, Trino Vercellese dopo il referendum dell'87.

La scelta cade su Scanzano Jonico e scoppia il putiferio.

Il 25 novembre 2003 Carlo Jean, presidente del SOGIN (Società di Gestione Impianti Nucleari SpA), viene ascoltato dalla Commissione Ambiente alla Camera insieme al professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica e presidente dell'ENEA, in merito al decreto legge n. 314/2003[7] che indicò Scanzano come unico sito nazionale disponibile. Alla decisa conferma sulla sicurezza del sito da parte del generale Jean, il professor Rubbia contrappone forti perplessità. Secondo il professore, lo studio del SOGIN fu fatto in tempi troppo brevi e solo sulla base di materiale bibliografico che, peraltro, risaliva al 1977. "Non ci sono solide basi scientifiche - sostiene Rubbia aggiungendo che l'ENEA aveva proposto un sito superficiale e non geologico e per rifiuti di seconda categoria e non terza.

"Queste vergogne dell'energia nucleare vengono nascoste nelle profondità sotterranee e marine - prosegue il Premio Nobel - Non abbiamo la minima idea di quello che potrebbe succedere ai fusti con tonnellate di sostanze radioattive che abbiamo già seppellito e di quelle che aspettano di esserlo. Sotto la pressione delle rocce a miglia a migliaia di anni da oggi, dimenticate dalle generazioni a venire, le scorie potrebbero spezzarsi o essere assorbite da un cambiamento geologico che trasformi una zona secca in umida entrare nelle acque e andare lontane a contaminare l'uomo attraverso la catena alimentare. Sono delle bombe ritardate. Le nascondiamo pensando che non ci saremo più per risponderne”.

I dubbi e le accuse sulla scelta del sito, sui soggetti che si occuperebbero dello smantellamento e della successiva installazione di un nuovo impianto sono tanti e vengono da più parti.

C'è, poi, un pacchetto di leggi sul riordino energetico promosso nei primi anni 2000 tra cui spiccano le leggi Marzano molto discusse all’epoca in quanto avrebbero consentito di trattare come merci e non rifiuti i materiali radioattivi sovvertendo, quindi, la nozione stessa di rifiuto oltre che l’intero ciclo dei rifiuti e lo spostamento delle merci radioattive.

Insomma il nucleare è la nuova frontiera, sembrerebbe, ma con queste premesse la sindrome di NIMBY, not in my backyard, è dietro l’angolo.

1 agosto 2026


Qui un approfondimento sul Uranio, Iran, guerre e finanza

 



[2] Samuele Leccese, ‘A piccoli passi: anche l’Italia va verso il nucleare’, 19 giugno 2026, in:  https://www.orizzontipolitici.it/a-piccoli-passi-anche-litalia-va-verso-il-nucleare/#:~:text=Lo%20scenario%20delineato%20fissa%20l'obiettivo%20di%20coprire,cui%20tratta%20proprio%20il%20ddl%20Pichetto%20Fratin.

[4] Il Post, ‘L’Italia si è data altri 15 anni per far tornare le scorie radioattive dall’estero’, 29 aprile 2026, in: https://www.ilpost.it/2026/04/29/rinvio-rientro-scorie-nucleari-italia-stoccate-estero/

[5] Audizione del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone in Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e sulle Attività Illecite ad esso Connesse’, seduta di martedi 7 ottobre 1997. Il documento segretato viene declassificato il 31 ottobre 2013, in: https://campania.peacelink.net/rifiuticampania/docs/133.pdf

[6] Peacelink, Donne e uomini per la pace Stati Uniti (1917-2012) - Barry Commoner in:  https://www.peacelink.it/storia/a/50361.html

[7] DECRETO-LEGGE 14 novembre 2003, n. 314 - Disposizioni urgenti per la raccolta, lo smaltimento e lo stoccaggio, in condizioni di massima sicurezza, dei rifiuti radioattivi.

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2003-11-14;314

venerdì 24 luglio 2026

Il diavolo non fa i coperchi. Uranio, Iran e i depositi di Goldman Sachs

 

Chiara Madaro





Può una banca di investimenti detenere uranio fisico?
E’ 19 novembre 2014 quando la Sottocommissione permanente per le investigazioni del Senato degli Stati Uniti (Permanent Subcommittee on Investigations) facente capo al Committee on Homeland Security and Governmental Affairs[1] pubblica un Rapporto[2] sul coinvolgimento delle banche di Wall Street nelle materie prime fisiche intitolato “Wall Street Bank Involvement with Physical Commodities"[3].

Un capitolo del rapporto è dedicato a Goldman Sachs e ai suoi depositi di uranio.

La banca Goldman Sachs diventa una holding bancaria nel 2008 in seguito al crollo della Borsa di Wall Street[4] e nel 2009 avvia negoziazioni fisiche e finanziarie di uranio acquisendo un ruolo leader nel settore dei mercati di uranio attraverso la società Nufcor International Ltd usufruendo della legge Gramm-Leach-Bliley Act[5] aumentandone il volume di affari fino a decuplicarlo da 1,3 milioni di sterline a 13 milioni e aumentando i contratti di fornitura a lungo termine  da 2 a 9 con centrali nucleari. Il Rapporto afferma anche che Goldman aveva immagazzinato il suo uranio in almeno 6 impianti di stoccaggio sia negli Stati Uniti che all’estero e si prevedeva che le attività di Goldman legate all’uranio sarebbero proseguite fino al 2018. Secondo il Senato queste attività sollevano molteplici questioni preoccupanti anche perché la banca non dispone di capitali e assicurazioni sufficienti per proteggersi da un evento catastrofico, concorrenza sleale e conflitti di interesse derivanti dal controllo fisico delle forniture.

Rischi elevati se si considerano i danni alla salute, l’uso di acidi fortemente corrosivi durante la lavorazione del metallo e possibilità di incendi ed esplosioni.

Il Rapporto nota alcuni vuoti normativi che hanno consentito a Goldman Sachs di operare liberamente in un contesto in cui risultava ancora aperto il dibattito sulla opportunità di considerare l’uranio un materiale destinato all’industria nucleare e che, pertanto, richiede restrizioni commerciali o materia prima vendibile liberamente. Il regolamento statunitense, si rammenta nel rapporto, consente effettivamente ai proprietari dell’uranio di venderlo o acquistarlo liberamente senza ottenere una licenza specifica ma a patto di non avere possesso effettivo, fisico del metallo.

Il primo trading di uranio risale al 6 maggio 2007 e ha sempre registrato pochissimi partecipanti. Nel momento in cui il Report del Senato statunitense viene pubblicato, l’uranio viene commercializzato come merce fisica in due fasi, sottoforma di ottossido di uranio (U308) e come esafluoruro di uranio (UF6). Il mercato è stato sempre caratterizzato da forti fluttuazioni dovute al ‘sentiment’ riguardo l’energia nucleare  e alle innovazioni tecnologiche in materia di fonti alternative di energia.

 

Il picco che è possibile notare nei primi anni 2000, spiega il rapporto, è dovuto ad un rinnovato interesse per le rinnovabili e alla conseguente speculazione riguardante la possibile diffusione dell’energia nucleare, fatto che ha comportato un aumento dei prezzi dell’uranio arrivando a picchi di 135 dollari. Il successivo crollo che è possibile notare nello stesso grafico è conseguenza del disastro di Fukushima in Giappone avvenuto nel marzo del 2011 spingendo i governi a pensare a diverse risorse energetiche. 

Il commercio fisico di uranio nasce negli anni 60 per supportare la nascente industria dell’energia nucleare. Per l’occasione viene creata la Nuclear Fuels Corporation of South Africa (Nufcor) poi diventata Nufcor International Ltd per iniziativa delle società minerarie di oro sudafricane. L’uranio in questa fase era venduto come sottoprodotto dell’estrazione di oro a Stati Uniti e Regno Unito per scopi militari. Ma con la creazione di Nufcor le vendite si spostano dal ramo militare a quello energetico. Le centrali nucleari usavano le scorte di uranio per produrre barre di combustibile nucleare. Le vendite avvenivano a questo punto ovunque nel mondo. Negli anni ’70 Nufcor vende uranio arricchito all’Iran, all’epoca governato dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi (1925-1979)  e stretto alleato degli Stati Uniti. E’ nel 1999 che Nufcor apre anche una filiale a Londra, la Nufcor International Ltd. che gestiva un fondo di investimento, Nufcor Uranium Ltd., per investimenti legati all’uranio. Nei primi anni 2000, quindi, Nufcor e le sue affiliate erano particolarmente attive nel possesso fisico di uranio, nel commercio dei prodotti finanziari legati all’uranio e nella consulenza di investimenti.

Il 26 giugno 2008 viene poi acquistata da Constellation Energy Group, una società statunitense che ha gestito diverse centrali nucleari.

E’ a questo punto, nel dicembre 2008, ovvero dopo esser diventata una holding bancaria da appena tre mesi, che inizia l’avventura di Goldman Sachs (GS) con l’uranio. GS, già in grado di gestire gli affari nel campo delle materie prime (qui l’antecedentedell’acciaio), nel 2009 acquista Nufcor con la garanzia di riuscire a gestire le nuove attività legate al commercio fisico e finanziario in conformità con le prospettive legali, fiscali e operative previste sebbene – sottolinea Goldman - il mercato dell’uranio ponesse alcune sfide dovute al fatto che i prezzi, appunto, dipendono dal ‘sentiment’ del mercato, che in precedenza il mercato finanziario dell’uranio in quanto materia prima non era mai stato attivato, non esistevano, quindi, precedenti tali da consentire valutazioni sull’andamento del mercato.

Tra i buchi del sistema riguardante l’uranio Goldman rileva inoltre qualcosa di interessante, ovvero che ‘l’approccio generale” della maggior parte delle autorità federali in tema di diritto ambientale prevede di attribuire la responsabilità per i danni ambientali ai proprietari e agli operatori delle strutture in cui viene stoccata la materia prima quindi Goldman sostiene di non poter essere soggetto ad alcuna eventuale responsabilità ‘ai sensi di leggi consolidate’ in merito alle attività che svolge con le materie prime fisiche in quanto GS evita di essere ‘proprietario’ o ‘gestore’ di strutture che immagazzinano o trasportano merci. Cavilli che verranno, però, smontati nel 2010 in seguito al caso giudiziario scaturito dallo sversamento di petrolio avvenuto dalla piattaforma off shore Deepwater Horizon iniziato il 20 aprile 2010 in seguito ad una esplosione. Si è trattato di uno dei peggiori incidenti petroliferi nella storia degli Stati Uniti. Lo sversamento di 780 milioni di petrolio nel Golfo del Messico proseguì per 87 giorni contaminando oltre 2mila Km di costa. Solo negli Stati Uniti furono danneggiate le coste della Louisiana, del Mississippi, l’Alabama e la Florida. Anche in quel caso la BP sostenne di non possedere né gestire la piattaforma ma aveva riconosciuto di aver subito un danno di 42 miliardi di dollari. Nel settembre 2014, in seguito ad un processo con giudice unico, la Corte ha ritenuto BP gravemente negligente quantificando in 18 miliardi di dollari i danni aggiuntivi. In pratica la sentenza della Corte statunitense stabilì che la responsabilità legale dei proprietari e dei gestori degli impianti non è, di per sé, un impedimento a ritenere responsabili di danni ambientali anche altri soggetti.

Ma nel 2008/09 al momento dell’ingresso di Goldman nel mercato dell’uranio, la banca crede di essere al riparo da ogni responsabilità e amplia, quindi, il giro di affari iniziando ad acquistare milioni di libbre di uranio e controllando entrate e uscite di uranio fisico negli impianti di stoccaggio di Europa e Stati Uniti. Nufcor a questo punto è fornitore a lungo termine di uranio fisico ed è gestita da dipendenti di Goldman.

Fino, appunto, alla sentenza del settembre 2014 e alla affermazione della Federal Reserve che asserisce: “la responsabilità può essere attribuita a [holding finanziarie] che possiedono beni fisici coinvolti in eventi catastrofici anche se [le holding finanziarie] assumono terze parti per immagazzinare e trasportare le merci”.

D’altra parte, nota il Rapporto del Senato USA, Nufcor è diventata nel frattempo un’entità fittizia gestita da operatori di Goldman che dovrebbe difendersi presso tribunali sia negli States che altrove, in base alle leggi vigenti nel paese in cui potrebbe avvenire un incidente. E d’altra parte la stessa Goldman in un memorandum[6] congiunto presentato in supporto della richiesta di Goldman Sachs alla Federal Reserve riconosce che “una parte che consapevolmente affida un materiale pericoloso ad un operatore incompetente può essere ritenuto responsabile[7].

Ed è proprio nel 2014 che Goldman decide di vendere o chiudere rimanendo, però, con obblighi contrattuali di fornitura fisica nei confronti delle centrali che riforniva fino al 2018. Quando la notizia viene diffusa dall’agenzia di stampa tedesca Reuter è il febbraio del 2014 e fino a quel momento le attività di GS nel campo dell’uranio non erano di pubblico dominio[8]. Ciò che salta all’occhio è il fatto che una banca d’affari privata, un colosso di quelli too big to fail, possa gestire un mercato così delicato per le sorti della pace mondiale. Nel commercio dello yellow cake, l’uranio grezzo, c’è anche Deutsche Bank e in 4 anni – afferma l’agenzia di stampa – le banche hanno accumulato scorte di combustibile nucleare superiori rispetto a quelle detenute dall’Iran e sufficienti a far funzionare le centrali cinesi per un anno. Reuters ricostruisce, inoltre, che le origini degli affari di Goldman Sachs nel settore dell’uranio risalgono ad un conglomerato commerciale sudafricano dell’era dell’apartheid che 35 anni prima aveva venduto all’Iran la sua unica fonte conosciuta di yellowcake estero.

E’ quella fornitura ad essere oggi al centro del dibattito riguardante il programma di arricchimento iraniano. La notizia che Goldman gestisca il commercio dell’uranio, una materia importante sia per la produzione energetica, dunque l’economia dei paesi, sia per la costruzione di ordigni, dunque per la sicurezza, impone riflessioni sulla effettiva sovranità degli Stati e sulla gestione della sicurezza in quanto sebbene il commercio dell’uranio a livello globale sia monitorato da governi, agenzie di intelligence e da AIEA, Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, nessuno è in grado di tracciare ogni singola transazione.

Gabrielle Hetch[9], docente di Storia della Scienza e della Tecnologia presso l’Università del Michigan, nel 2012 pubblica un libro che svela i meccanismi del commercio globale di uranio. Con ‘Being nuclear: Africans and the global uranium trade’, Hecht denuncia proprio come per decenni l’uranio non sia stato trattato per quello che è, ovvero come una materia prima strategica e militare ad alto rischio e questo ha permesso compravendite che sfuggivano ai rigidi controlli altrimenti attuabili[10]. Hetcht pone la questione fondamentale: la produzione di uranio è o non è un’attività nucleare? Dipende, risponde: “Bisogna sapere che negli anni 90 le miniere di uranio erano escluse dalle definizioni ufficiali riguardanti cosa sia una ‘installazione nucleare’. E questo – prosegue – aveva molte implicazioni concrete in termini di commercio in particolare. Questo significava – spiega ancora – che erano esentate dalle procedure di controllo elaborate dall’Agenzia internazionale dell’energia atomica che mirano ad evitare la proliferazione nucleare. Questa esclusione, dunque, tra le altre cose ha facilitato il commercio dell’uranio. L’esclusione dell’uranio dalla categoria delle ‘cose nucleari’ aveva un interesse economico[11].

Come si vede dalle tabelle tratte dal rapporto del Senato USA, il valore delle transazioni GS sull’uranio è cresciuto notevolmente in 4 anni arrivando da 112 a oltre 241 milioni di dollari. Riassumendo le proprie attività con l’uranio, GS ha affermato di acquistare la materia dalle società minerarie, di immagazzinarla, fornirla alle centrali nucleari quando ne avevano bisogno. In pratica era una attività di intermediazione e di finanziamento dell’immagazzinamento, così come accade con l’alluminio, ma in aggiunta speculava sui prezzi dell’uranio negoziando futures e altri prodotti finanziari correlati.

Questo fino al momento in cui Goldman decide di liquidare l’attività in quanto ‘gli affari sull’uranio fisico sono facili da fraintendere’. E’ possibile che le ragioni reali riguardino le conseguenze politiche ed economiche dell’incidente di Fukushima oltre alle pressioni da parte della Federal Reserve dovute al fatto incontestabile che gli incidenti nucleari collegati a questo genere di attività succedono malgrado le strenue negazioni da parte di GS.

““I recenti disastri che coinvolgono beni fisici – afferma in merito la Federal Reserve - dimostrano che i rischi associati a queste attività sono unici per tipologia, portata e dimensione. In particolare, le catastrofi che coinvolgono materie prime sensibili dal punto di vista ambientale possono causare vittime e danni economici ben superiori al valore di mercato delle merci coinvolte o del capitale impegnato e delle polizze assicurative di chi partecipa al mercato[12].

 

Una ulteriore questione riguarda la concorrenza sleale: in un anno Goldman – nota il rapporto del Senato, ha più che triplicato il volume di affari di Nufcor e ha aumentato del 40% le sue riserve. In 5 anni di attività il valore finanziario dell’uranio è più che raddoppiato malgrado i prezzi dell’uranio fossero in caduta. La rapida espansione delle attività di Nufcor non sono solo dovute all’acume di Goldman ma anche ai vantaggi intrinseci delle holding finanziarie: ad esempio una holding ha accesso ad un credito poco costoso dalla sua banca consentendo costi inferiori rispetto ad una società non bancaria. Inoltre la Federal Reserve ha notato come le società impegnate in attività petrolifere e gasiere avevano un coefficiente patrimoniale del 42% per coprire potenziali perdite mentre le filiali delle holding bancarie avevano un coefficiente dell’8/10%.

Quindi, si, è possibile che GS abbia sentito la necessità di sbarazzarsi di un’attività che avrebbe comportato perdite. Ma a chi sono state vendute quelle scorte superiori rispetto a quelle detenute dall’Iran?

La notizia delle vendite di yellow cake pianificate da GS e da Deutsche Bank ha destato polemiche in merito ai possibili acquirenti. In un contesto in cui l’Occidente si ritrae rispetto agli investimenti in energia nucleare, l’esperto Marin Katusa, in particolare, rileva l’importanza degli accordi nucleari russi con Sri Lanka, Ungheria, Bielorussia e Medio Oriente: non una semplice compravendita di materia prima ma anche la costruzione di reattori nucleari e la fornitura di capitali necessari alla costruzione. Attualmente, secondo Katusa, la Russia controlla oltre il 45% di forniture globali di uranio e dell’arricchimento dell’uranio a livello mondiale: un problema di sicurezza[13]. Anche la Cina, d’altra parte, in quel momento, nel 2014 si trova al culmine delle politiche di espansione nucleare civile comprando direttamente dalle miniere in Namibia, Kazakistan e Canada e comprando sui mercati spot a basso costo. Una questione non da poco se si pensa che, al contrario dell’Occidente, per Russia e Cina si tratta di imprese statali, il controllo è centralizzato e l’interesse in questo tipo di mercato è principalmente diretto alla materia prima fisica più che alla speculazione finanziaria.

Cosa è successo poi? Che effettivamente GS ha onorato gli accordi stipulati al 2018 con centrali occidentali. Le rimanenti scorte sono state vendute sul mercato ‘spot’ e ‘forward’ ovvero il mercato aperto e dei contratti a breve termine dove gli acquirenti sono trader autorizzati. Furono aperti anche contratti derivati speculativi per clienti finanziari che non detengono la materia prima.

Ma nel febbraio 2024 Goldman Sachs torna[14]: Gli hedge fund, i fondi speculativi arrivano al 300% e nell’operazione c’è Goldman. Come mai? Dopo Fukushima il prezzo dell’uranio si è abbassato drasticamente. Fino alle guerre, alle ulteriori necessità energetiche e al ritorno del nucleare nella ‘transizione green’. Risultato: dai 20-30 dollari il valore dell’uranio ha superato i 100 dollari a libbra mentre alcuni fondi speculativi hanno raggiunto il 300% dei profitti. Goldman entra nel mercato con una innovazione rispetto al passato: non più la compravendita di metallo fisico, politicamente rischioso, ma le scommesse sul prezzo, i derivati. E la montagna di soldi è cresciuta[15]. E si prevedono ulteriori rialzi: secondo GS entro il 2040 si prevede un aumento della generazione nucleare da 378 a 575 gigawatt con un parco reattori che è destinato a crescere da 440 a 500 entro il 2030 e ulteriori 400 reattori in fase di progettazione o proposta.

Dopo appena due mesi dal rientro di GS nel mercato dell’uranio, il 19 aprile 2024 Israele colpisce una base aerea dell’esercito iraniano a Isfahan, nei pressi di strutture coinvolte nel programma nucleare dopo aver subito un precedente attacco dall’Iran in risposta ad una rappresaglia di Tel Aviv sul consolato iraniano di Damasco. L’escalation arriva al 13 giugno 2025 quando Israele colpisce le infrastrutture missilistiche e militari ma anche le aree corrispondenti ai sotterranei e alle infrastrutture del programma nucleare.

A rincarare la dose, nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2025 anche gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani di Natanz, Fordow e Esfahan. L’insistenza su quegli obiettivi è causata formalmente dalla pubblicazione di una relazione dell’AIEA, Agenzia internazionale energia atomica che svolge un ruolo di controllo nei paesi detentori di tecnologia e materia necessaria all’uso (pacifico o meno) dell’energia nucleare.

Nel rapporto si afferma che l’Iran ha aumentato sensibilmente le sue scorte di uranio arricchito fino al 60% lasciando intendere che possiede anche la tecnologia per arricchirlo ulteriormente fino a quel 90% necessario a fabbricare armi atomiche.

 L’Iran, limitato nelle operazioni di arricchimento dell’uranio dall’accordo di Losanna dell’aprile 2015, contesta il contenuto di quel rapporto, accusa Israele di aver fornito ad AIEA informazioni fuorvianti in un momento in cui gli Stati Uniti avevano inviato all’Iran delle proposte ai fini di un accordo sul nucleare. Si stava, cioè, lavorando ad una soluzione diplomatica rispetto ad un elemento di criticità rilevato da AIEA: rispetto agli accordi del 2015 l’Iran detiene 133,8 chilogrammi in più (408,6) rispetto al rapporto di febbraio e 45 volte in più rispetto agli accordi di 10 anni fa[16].

La questione fondamentalmente riguarda, quindi, le scorte di uranio arricchito in quanto l’Iran è l’unico Stato non dotato di armi nucleari a detenere uranio. Questo per AIEA costituisce motivo di preoccupazione sebbene l’Iran abbia affermato di intendere usare l’energia nucleare solo a scopi pacifici.

A distanza di due settimane Trump afferma che l’attacco ai siti iraniani di stoccaggio dell’uranio non sono stati una dichiarazione di guerra e parla di un accordo per cui sui libri di storia si parlerà di questo ‘momento’ come della ‘guerra dei 12 giorni’.

Una vicenda che mostra elementi di irragionevolezza: iniziata a causa di un qui pro quo, forse una forzatura, il direttore di AIEA Rafael Grossi è costretto a negare che vi sia stata cospirazione e afferma che nella relazione non è menzionata la presenza di un’arma nucleare in Iran. Teheran non ha dato risposte credibili, dice Grossi, ma: «Non avevamo alcuna prova di un tentativo sistematico di realizzare una bomba atomica da parte dell’Iran»[17]. Ma le dichiarazioni si inseguono e si contraddicono: se Trump insiste nel dire che la roccia sopra ai siti di uranio è stata fusa come burro, che l’uranio è sotto le macerie e, quindi, irrecuperabile, Grossi dichiara, al contrario, che l’Iran sarebbe in grado in pochi mesi di tornare a lavorare l’uranio ed esiste la possibilità che costruisca delle bombe[18].

Nel tira&molla mediatico il primo attaccante, Israele, rimane incerto sui danni effettivamente riportati dai siti nucleari iraniani mentre gli esiti di questo attacco militare che sembrerebbe ma non sarebbe una dichiarazione di guerra, rimangono ancora incerti. Rimane, poi, il mistero dei tir che il 19 e il 20 giugno, appena prima dell’attacco statunitense, si sono mossi intorno all’impianto: forse trasportavano i cilindri in cui era stivato l’uranio arricchito? Ma l’uranio è una delle materie più dense e pesanti esistenti in natura: quanto spazio occupano 400kg di uranio?  Pochissimo, circa il volume di una cassa d’acqua da 6 bottiglie ma per essere trasportato in sicurezza deve essere diviso in lotti e inserito in cilindri d’acciaio e chiuso in container schermati di piombo e cemento per schermare radiazioni e possibili incidenti. Questo spiegherebbe la movimentazione dei 15 tir.

Rimane, comunque, il dubbio sul motivo per cui un tale anomalo movimento non sia stato notato dagli accorti sistemi di sicurezza israeliani che avevano già sferrato un primo attacco[19].

E mentre la caccia al tesoro rimane aperta e Grossi è nell’occhio del ciclone[20] il risky business e le notizie sui possibili danni alle scorte di uranio hanno comportato l’ascesa verticale del valore degli Exchange Trade Fund o ETF, fondi di investimento che vengono negoziati con una certa rapidità e immediatezza e risultano strumenti finanziari particolarmente adatti per essere giocati anche nel breve contesto di una sola giornata borsistica. Riguardano indici di materie prime o settoriali, tematici[21] e, quindi, ben si prestano ad essere usati nel contesto in oggetto.

L’argomento del momento riguarda la possibilità di un riarmo atomico e quindi il mercato sta investendo molto nei titoli dell’uranio e dell’energia nucleare: il fondo più remunerativo è Global X Uranium dal valore di 259 milioni di euro con investimenti importanti in Canada, dove è presente la società di uranio più vasta esistente al mondo, Stati Uniti e Corea del Sud[22].

Sono tra i paesi in cui l’uranio viene prodotto maggiormente, infatti, ed è qui che sono ospitati i depositi mondiali autorizzati alle operazioni di trading finanziario: sono Blind River e Port Hope in Canada (gestiti da Cameco), Metropolis negli Stati Uniti (gestito da Honeywell) e Pierrelatte in Francia (gestito da Orano/Areva). I depositi russi e cinesi sono, invece, invalicabili basi militari e di Stato. Invalicabili fisicamente ma non finanziariamente: Goldman ha negli anni aperto delle filiali in Cina[23] e gestisce patrimoni e fondi per i clienti cinesi, emette derivati legati alle materie prime come i futures ecc.

Fonte: https://wisevoter.com/country-rankings/uranium-production-by-country/#germany

 

Insomma pare che le scommesse sulla fine che ha fatto l’uranio iraniano abbia rinvigorito alcuni portafogli e che la finanza, per guadagnare dalle scommesse abbia bisogno che qualcosa si muova davvero.

 

https://world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/mining-of-uranium/world-uranium-mining-production#:~:text=About%20two%2Dthirds%20of%20the,produced%20by%20in%20situ%20leaching.

 

A maggio 2025, ad esempio, il presidente Donald Trump ha firmato decreti esecutivi per accelerare l’adozione del nucleare negli Stati Uniti abbattendo barriere normative e fornendo finanziamenti per passare da 100 a 400 gW entro il 2050 mentre anche la Cina prevede la costruzione di 150 reattori per una potenza di 200GW entro il GW[24].

Tra la nuova versione della politica green e i conflitti, il mercato è salvo.

 

24 luglio 2026



[1] Senate of the United States of America, Homeland Security governamental affairs on ‘Wall Street bank involvement with physical commodities, in: https://www.hsgac.senate.gov/?s=Wall+Street+Bank+Involvement+with+Physical+Commodities

[2] United States Senate, Permanent subcommittee on Investigation, Committee on Homeland Security and Governamental Affairs, Report ‘Wall Street bank involvement with physical commodities’, majority and minority staff report in: https://www.hsgac.senate.gov/wp-content/uploads/imo/media/doc/REPORT-Wall%20Street%20Bank%20Involvement%20With%20Physical%20Commodities%20(12-5-14).pdf

[3] Cecilia Jamasmie, ‘U.S. Senate reveals top banks ‘unfair advantage’ in physical commodities business’, 20 novembre 2014, in: https://www.mining.com/subscribe-login/?id=808460

[4] Scrivere della leach bliley e del perché non è diventata prima una holding

[5] La Gramm-Leach_Bliley Act o Financial Services Modernization Act è una legge approvata negli Stati Uniti il 12 novembre 1999 da Bill Clinton e consente alle banche di diventare anche holding, cioè banche di investimento finanziario. Goldman Sachs diventa una banca di investimento solo nel 2008, in seguito alla crisi finanziaria derivata dal crollo della Borsa di Wall Street perché sebbene con questa legge fossero stati rimossi i limiti alla libertà di azione delle banche del GlassnSteagall Act, diventare una banca finanziaria significava passare dal controllo della Federal Reserve (Mine Doyran, Rutgers Business Review, ‘How Goldman Sachs Turned the Great Recession into Competitive Advantage Using Strategica Management,  in: https://rbr.business.rutgers.edu/article/how-goldman-sachs-turned-great-recession-competitive-advantage-using-strategic-management#:~:text=What%20are%20the%20strategic%20questions%20confronting%20Goldman,in%20times%20of%20both%20prosperity%20and%20crisis.) fatto che comporta il controllo pervasivo dei libri contabili e la limitazione degli investimenti ad alto rischio. Ma in seguito alla crisi Goldman Sachs e Morgan Stanley, per pura sopravvivenza diventano holding riuscendo ad ottenere prestiti di emergenza alla Banca Centrale.

[6] Il New Product memorandum risale al 2008 per essere sottoposto al Goldman’s European Federation New Products Committee per una approvazione.

[7] United States Senate, Permanent subcommittee on Investigation, Committee on Homeland Security and Governamental Affairs, Report ‘Wall Street bank involvement with physical commodities’, majority and minority staff report in: https://www.hsgac.senate.gov/wp-content/uploads/imo/media/doc/REPORT-Wall%20Street%20Bank%20Involvement%20With%20Physical%20Commodities%20(12-5-14).pdf

 

[8] David Sheppard, ‘Goldman puts ‘for sale’ sign on Iran’s old uranium supplier’, 11 febbraio 2024, in: https://www.reuters.com/article/business/goldman-puts-for-sale-sign-on-irans-old-uranium-supplier-idUSBREA1A0RX/

[9] Gabrielle Hecht, in: https://gabriellehecht.org/

[11] Revue des Livres, Technopolitique du nucléaire. Entretien avec Gabrielle Hetcht’, RdL n.11, maggio-giugno 2013, in: https://gabriellehecht.org/wp-content/uploads/2024/05/Technopolitique-du-nucleaire.pdf

[12] “Complementary Activities, Merchant Banking Activities, and Other Activities of Financial Holding Companies Related to Physical Commodities,” 79 Fed. Reg. 3329, at 3331, 21 gennaio 2014), in: https://www.govinfo.gov/content/pkg/FR-2014-01-21/pdf/2014-00996.pdf

[16] France24, ‘Iran boosts highly enriched uranium production: IAEA’, 31 maggio 2025 in: https://www.france24.com/en/live-news/20250531-iran-boosts-highly-enriched-uranium-production-iaea

[17] Andrea Capocci, Il Manifesto, ‘Aiea, il cerino acceso e il tardivo dietrofront’, 20 giugno 2025, in: https://ilmanifesto.it/aiea-il-cerino-acceso-e-il-tardivo-dietrofront

[18] ANSA, ‘Gli USA insistono: ‘I siti iraniani distrutti’. L’AIEA frena’, 29 giugno 2025, in:  https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2025/06/29/trump-iran-era-vicino-alla-produzione-della-bomba-atomica_d2bddf7f-4c8f-4353-915e-6fc7e0a2ad9c.html

[19] Il Fatto Quotidiano, ‘Attacco Usa all’Iran, il mistero dei 408 chili di uranio spariti: dai camion ai siti segreti, le ipotesi. “L’arricchimento? Solo rimandato”, 23 giugno 2025, in: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/23/attacco-usa-iran-uranio-nucleare-notizie/8036714/

[20] ANSA, ‘Collaboratore Khamenei minaccia capo dell’Aiea, ‘la pagherà’. Grossi accusato di aver favorito l’attacco di Israele all’Iran’, 21 giugno 2025, in: https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/06/21/collaboratore-khamenei-minaccia-capo-dellaiea-la-paghera_d8a46d13-db9e-40c4-8dc7-74b499b0fa0d.html

[21] Milano Finanza, ‘ETF: che cosa sono e come funzionano’, 9 settembre 2023, in: https://www.milanofinanza.it/news/glossario-etf-cosa-sono-e-come-funzionano-202303281533118886?refresh_cens

[22] Marco Capponi, Milano Finanza, ‘ETF, con la guerra Israele-Iran volano quelli sull’uranio’, 23 giugno 2025, in : https://www.milanofinanza.it/news/quali-sono-e-in-cosa-investono-gli-etf-che-hanno-corso-di-piu-dallo-scoppio-della-guerra-israele-202506231116074530?refresh_cens

[23] Goldman Sachs gestisce filiali a New York, Londra, pechino e Hong Kong

[24] Goldman Sachs, ‘Is nuclear power set for a revival?’ 12 giugno 2025, in: https://www.goldmansachs.com/insights/articles/is-nuclear-power-set-for-a-revival