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sabato 3 ottobre 2026

Francesco, santo del dialogo interreligioso e della pace

 



Di Chiara Madaro

Si approssima la solennità civile del 4 ottobre dedicata al Patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi.

La ricorrenza che ha ufficialmente inizio nel 1939 su iniziativa di Papa Pio XII è riconosciuta dalla legge 4 marzo 1958, n. 132.

Francesco d’Assisi è un personaggio caro anche ai non credenti per la sua accesa spiritualità e per l’intenso lavoro a favore della pace. Le fruttuose conseguenze della sua opera si compiono ancora oggi.

Vissuto al tempo delle Crociate, violenti conflitti tra cristiani e musulmani che hanno insanguinato per circa 200 anni il Medio Oriente, il Santo di Assisi viene ricordato attraverso molti episodi. Tra le iniziative di maggior rilievo si ricorda il viaggio compiuto insieme a Frate Illuminato nel 1219 con il permesso del legato pontificio nel bel mezzo della Quinta Crociata. Francesco attraversa Damietta in Egitto e incontra il sultano al-Malik al-Kāmil, nipote del Saladino con l’obiettivo di instaurare il dialogo e terminare le ostilità tra cristiani e musulmani.   

Catturato dai saraceni chiede di essere condotto dal Sultano, uomo colto e curioso. Dopo alcuni giorni di dialoghi intensi in tema di pace e fede, tra i due nasce un profondo sentimento di reciproco rispetto che condurrà il sovrano a concedere ai francescani il permesso di rimanere nei Luoghi Santi come custodi, un compito che conservano ancora oggi e noto come la Custodia di Terra Santa.   

Il ruolo dei francescani viene riconosciuto e accettato nel mondo musulmano e Francesco decide di inserire nella Regola anche delle indicazioni sulla postura che i frati dovevano assumere tra i musulmani. Ad esempio era necessario dichiarare apertamente di essere cristiani ed evitare ogni forma di lite o contrasto[1].

L’iniziativa di Francesco dimostra che il dialogo interreligioso e il rispetto tra culti e culture diverse rappresentano l’unica via sensata per proseguire insieme, in pace ma dimostra anche l’importanza di governanti colti, capaci di ascoltare, ricevere, trovare vie alternative alle armi per risolvere conflitti annosi e porre fine ai massacri.

La Quinta crociata si combatte in Egitto, cuore politico del potere del Sultano che viveva al Cairo, malgrado l’obiettivo dei crociati fosse sempre stata la riconquista di Gerusalemme, persa dai cristiani nel 1187 insieme a gran parte della Terra Santa durante la battaglia di Hattin a causa del Saladino.   

Gerusalemme è storicamente contesa tra le tre religioni monoteiste in quanto ha un valore sacro per tutte le tre religioni abramitiche, anche per i musulmani, essendo considerata la terza città santa dell’Islam dopo La Mecca e Medina. Per il Sultano, mantenere il controllo delle città sante significava anche mantenere il dominio politico sul suo impero. Ma si trattava anche di territori fondamentali per controllare le rotte commerciali ed evitare che i regni cristiani potessero usare le coste della Palestina per sferrare un attacco avendo delle basi in Medio Oriente.


Ma l’iniziativa di Francesco apre una stagione di dialogo e confronto che porterà il Sultano a cedere Gerusalemme il 18 febbraio 1229 con il Trattato di Giaffa che chiuderà la Sesta Crociata in maniera pacifica. Il Sultano al-Malik al-Kāmil cede, quindi, Gerusalemme a Federico II. Uomini di raro spessore culturale per l’epoca e profonda conoscenza filosofica, matematica e astronomica, entrambe si rendono conto di avere interessi convergenti e che l’unica strada da percorrere fosse quella della diplomazia e del compromesso.

Cosa avevano in comune i due sovrani? Entrambe si trovavano ad affrontare le Crociate ma anche conflitti interni (Federico era stato scomunicato dal Papa Gregorio IX per i ritardi nell’avvio della sesta Crociata e minacciava di invadere i suoi territori) per cui risolvono accordandosi sulla restituzione di Gerusalemme, di Betlemme e di Nazaret ai cristiani insieme ad una lingua di terra che apriva un varco fino alla costa. Contemporaneamente i musulmani mantengono il controllo sulla Spianata delle Moschee e viene loro garantito diritto di culto e pellegrinaggio mentre le aree vengono smilitarizzate per una pace che doveva durare 10 anni e 5 mesi tra gli imperi.    

Ma l’accordo di pace (allora come ogggi) scatena fanatismi e proteste da ambo le parti che, tuttavia non riescono a far crollare quanto il dialogo aveva costruito.

I francescani svolgono da allora un importante ruolo di mediazione e diplomazia dal basso in quanto Custodi dello Status Quo, una serie di consuetudini nate nel 1852, che consente alla Chiesa Cattolica latina di gestire i santuari del Santo Sepolcro a Gerusalemme, della Basilica della Natività a Betlemme e della Basilica dell’Annunciazione a Nazaret coordinando la convivenza con altre confessioni che in quei luoghi coesistono: copti, greci ortodossi, armeni, siriani che convivono alla luce delle regole dello Status Quo, consuetudini nate durante l’Impero Ottomano con l’obiettivo di evitare conflitti e oggi impegnate nella costruzione ponti con le autorità palestinesi e israeliane anche attraverso la gestione delle Scuole di terra Santa, frequentate da cristiani e musulmani.

L’impegno per la pace e il dialogo ecumenico avviata da Francesco d’Assisi è prova dell’importanzadel dialogo anche nei momenti più duri della storia. Un impegno che, oggi siamo ancora una volta chiamati a rinnovare e a custodire.

 

3 ottobre 2026



[1] Damietta aveva per i cristiani una posizione cruciale per il controllo del Nilo in quanto conduceva direttamente al Cairo, il cuore economico dell’Egitto. Il controllo del porto di Damietta avrebbe inoltre consentito ai crociati di ricevere direttamente merce e mezzi dall’Europa.

martedì 29 settembre 2026

Piccoli ricercatori crescono. Simposio scoalstico internazionale in Chile



Chiara Madaro 

Il clima e la complessa analisi del suo studio e osservazione, l’impatto sulle nostre vite, sulla nostra economia, le sue manifestazioni più eclatanti. Sono alcuni degli aspetti trattati ieri, lunedi 28 settembre, durante il Simposio escolar rural de la enseñanza de las ciencias de la Tierra dedicato ai “Temporales de ciencias de Monte Patria desde los desastres socionaturales en el temporal de julio de 2026”.

L’iniziativa è stata promossa dal Dr. Eduardo Jaime Muñoz, Posdoctorato in Economía della Conoscenza e Sviluppo Regionale Sostenibile e Docente incaricato in Scienze e Ambiente del Municipio di Monte Patria nella regione rurale di Coquimbo in Cile che dice: "E' molto importante il vincolo che si è creato tra il mondo accademico e quello della scuola, vorrei esprimere la mia riconoscenza a quanti hanno contribuito al successo di questo evento con la speranza che possa avere uno sviluppo ulteriore".

Immagini relative al temporale di Monte Patria
Protagonisti del Simposio, i piccoli ricercatori delle Scuole Carmela Prat de Chañaral de Carén guidati dal prof. Eduardo Pérez Tapia con il progetto 'Vento e nuvole, elementi del clima per comprendere il temporale del luglio 2026', della scuola La Unión de El Coipo, giudati dalla prof. Gladys Pizarro Cofré con un progetto su 'Frane di roccia e terra: il caso del distaccamento nel Paradero di Panguecillo',  della Escuela Pablo Neruda de Semita guidati dal Prof Jairo Bruna Pizarro con il progetto 'Alluvioni nel popolo di Semita: il caso della piena', la scuola di Colliguay, guidati dalla prof.ssa Nadia Rojas Argandoña con un progetto su 'Interruzione della strada Pedregal-Colliguay rispetto al disastro socionaturale' e della scuola El Tayán, guidati dal prof. Eduardo Jaime Muñoz con un progetto su 'Alluvione nel torrente di El Tayán, Comune di Monte Patria', nella regione di Coquimbo in Cile che hanno presentato i risultati delle osservazioni sul campo compiute con il supporto dei loro docenti.

L’iniziativa ha voluto uno scambio di esperienze che hanno coinvolto studiosi internazionali come la Dott.ssa Daniela Álvarez Gallo, collegata dal Regno Unito, dove sta svolgendo un PhD in Scienze e Dati Spaziali presso l’Università di St. Andrew in Scozia, la Dott.ssa Claudia María Villa, colombiana e venezuelana, attualmente in Brasile dove svolge un PhD in Ingegneria a Minas Gerais in tema di disastri naturali, la Dott.ssa Francesca Rosso, PhD presso l’Università Cà Foscari di Venezia, cattedra UNESCO sul patrimonio idrico e lo sviluppo sostenibile e presso lo IUSS di Pavia e la Dott.ssa Chiara Madaro, ricercatrice presso l’Instituto Global Interdisciplinario in materia di politiche ambientali e PhD in Storia Contemporanea presso l’Università di Cordova in Spagna.


Un importante momento di scambio intergenerazionale, orientato all’apprendimento partecipativo, capace di sviluppare il pensiero critico e l’osservazione tra i più piccoli, strutturare argomentazioni solide rispetto a problemi complessi, sviluppare abilità oratoria, usare il linguaggio scientifico, operare sintesi e sviluppare il pensiero critico, lavorare in équipe.

L’evento internazionale, fortemente voluto dal prof.  Eduardo Jaime Muñoz e sostenuto da un instancabile e coraggioso impegno dagli insegnanti delle scuole di Monte Patria è alla sua seconda edizione e ha ottenuto riscontri positivi da tutti i partecipanti.

"Senza dubbio si tratta di un progetto che presenta un approccio nuovo all'istruzione - afferma il prof. Eduardo Jaime Muñoz - Parte dall'esperienza quotidiana e contribuisce a migliorare la qualità dell'educazione in contesti rurali e d'altra parte porta coscienza rispetto all'importanza di prendersi cura dello spazio circostante per limitare i danni dei disastri socionaturali. Mi sembra che il lavoro che stiamo svolgendo sia molto rilevante - continua - Condividere esperienze di studio con ricercatrici internazionali è favoloso".

Il mondo ha bisogno di persone che sappiano osservare e sostenere i propri fondamentali diritti di cittadinanza. Il sostegno corale alle nuove giovanissime generazioni è un seme per il futuro benessere della Vita su questo pianeta e la scuola di base è in prima linea su questo fronte.


 

 






giovedì 27 agosto 2026

In principio, il socialismo. I profughi ebrei in Salento, la Dichiarazione di Balfour, i volti del sionismo.

 




Fa impressione la deriva stragista, l’odio cieco, il nazionalismo eliminazionista che caratterizza la politica di Israele oggi. Fa impressione l’impotenza e l’inattività della diplomazia internazionale.

Eppure non è sempre stato così.

Lo Stato di Israele nasce ufficialmente il 14 maggio del 1948, quando David Ben Gurion, primo Primo Ministro di Israele, legge la Dichiarazione di Indipendenza che sancisce la fine del mandato britannico sulla Palestina: dalla mezzanotte di quello stesso giorno nasce Israele.

Ma la massiccia presenza degli ebrei in Palestina e le aspirazioni sioniste iniziano ben prima, il 2 novembre 1917 con la Dichiarazione di Balfour, un documento, una lettera, inviata dal Segretario agli esteri britannico Arthur Balfour a Lord Walter Rothshild, la figura di riferimento per la comunità ebraica britannica e del movimento sionista.

Nel testo Balfour dichiarava il pieno favore britannico rispetto alla creazione in Palestina di un ‘focolare nazionale per il popolo ebraico’ e si impegnava a facilitare la realizzazione di questo progetto specificando che non sarebbe stato fatto nulla per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle popolazioni arabe che abitavano l’area né lo status degli ebrei presenti in altri paesi.

Nel 1922 questa lettera andrà ad integrare il Mandato britannico della Palestina, un compito assegnato dalla Società delle Nazioni, la versione primordiale delle Nazioni Unite. Questa investitura internazionale favorì le prime ondate migratorie degli ebrei in Palestina[1].

Siamo in un momento storico in cui prevale un atteggiamento coloniale da parte delle nazioni più forti e vige il sistema dei Mandati avviato dopo la Prima guerra mondiale[2]. In particolare l’Art. 22 del Patto della Società delle Nazioni del 1919 stabilisce che le ex province dell’Impero ottomano erano classificabili come Classe A. Ai territori di Classe A in sostanza era riconosciuta indipendenza ma si considerava che necessitassero ancora dell’assistenza di una potenza tutelare almeno fino al momento in cui non sarebbero stati in grado di reggersi da soli. Era convinzione di Francia e Gran Bretagna, infatti, che le regioni mediorientali non fossero strutturate in modo da costruire strutture sociali, politiche e burocratiche moderne, assimilabili a quelle occidentali[3]. 

Ma, ovviamente, l’idea di tutelare le popolazioni locali era funzionale anche alla necessità di Londra di controllare il Mediterraneo e il Canale di Suez, fondamentale per i commerci britannici con le Indie e il controllo sul petrolio iracheno.

La decisione provocò, come è facile immaginare, la reazione delle popolazioni arabe e una situazione di conflittualità per cui nel 1939 Londra emana il Libro Bianco che limita fortemente la possibilità di acquistare terre in Palestina da parte della comunità ebraica.

Ma durante la seconda guerra, l’inasprimento e la violenza indiscriminata delle politiche contro gli ebrei in molti paesi europei genera oltre 250mila profughi alla fine del conflitto[4]. Ben presto la situazione diventa talmente ingestibile che già nel 1947 il Regno Unito rimette il mandato alle Nazioni Unite. Si vota, quindi, per il Piano di partizione con la Risoluzione 181 che consentirà ai britannici di ritirarsi già nel maggio 1948 in coincidenza con la proclamazione dello Stato di Israele.

E nasce il fenomeno dell’Aliyah Bet, l’immigrazione clandestina degli ebrei verso la Palestina.

E' a questo punto della storia che entrano in gioco le coste pugliesi, dove furono allestiti un certo numero di campi profughi: 34 a Santa Maria al Bagno, a Nardò, 35 a Santa Maria di Leuca, 36 a Santa Cesarea Terme e 39 a Tricase porto[5].

Questi Campi, noti come Displaced Persons Camps o DP Camps erano organizzati sotto la gestione dell’UNRRA[6] e di organizzazioni ebraiche come la Joint e la Brigata Ebraica che confiscarono molte ville per trasformarle in alloggi di transito[7]. Bari e Brindisi, poi, costituivano importanti snodi portuali anche se l’immigrazione clandestina avveniva, come oggi, su piccole imbarcazioni[8].

Da queste sponde passa anche David Ben Gurion, il principale architetto dello Stato ebraico e suo primo Primo Ministro, allo scopo di controllare personalmente i campi e portare sostegno ai profughi[9].

Ben Gurion era nato in Polonia e la sua Aliya, la sua migrazione in Palestina, avvenne già nel 1906, quando l’impero ottomano era ancora in vita.

Qual era il suo orientamento politico ed ideologico? Quello prevalente fino agli ’60: egli era un sionista laburista o socialista e fondamentalmente univa posizioni marxiste al nazionalismo ebraico. Il sionismo nasce come un movimento politico e ideologico alla fine del 19° secolo con l’obiettivo di difendere e creare uno stato ebraico autonomo nella terra storica di Israele, la Palestina. Il termine deriva da Sion, uno dei colli di Gerusalemme.

Il primo Congresso sionista ha luogo nel 1897 a Basilea in risposta all’antisemitismo che già avanzava in Europa. Il senso di insicurezza che governava il popolo ebraico condusse gli ebrei a convincersi di non essere solo una comunità religiosa ma anche una nazione dotata, quindi, del diritto ad autodeterminarsi. 

Ma il movimento sionista non è mai stato monoblocco. Esistevano varie correnti.

Il sionismo politico propugnato da Theodor Herzl[10] immaginava che prima di una immigrazione di massa si sarebbe dovuto realizzare un riconoscimento diplomatico nel diritto internazionale.

Il sionismo laburista di Ben Gurion, al contrario, pensava che lo stato di Israele andasse costruito sul campo, cioè iniziando l’immigrazione e creando comunità agricole collettive, i kibbutz.

Il sionismo revisionista di Ze’ev Jabotinsky[11] era più intransigente e militarista. E’ da questa posizione che deriva la attuale destra israeliana al governo.

Infine il sionismo religioso faceva confluire la fede ortodossa nell’ideologia politica: chi aderiva a questa posizione credeva che tornare in Terra Santa avesse un potere redentore.

Prevale, come si è detto, la posizione laburista di Ben Gurion fino al 1977, quando avanza la opposta visione militarista di Jabotinsky.

Cosa era avvenuto nel frattempo? Nel giugno 1967 scoppia la Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, di Gerusalemme est e delle Alture del Golan da parte di Israele. La guerra fu l’esito di una serie di tensioni che si erano scatenate tra gli israeliani e gli Stati arabi. Le tensioni culminano con un attacco preventivo di Israele contro le basi aeree egiziane che rispondono chiudendo lo Stretto di Tiran, fondamentale per il controllo del petrolio. Il presidente egiziano Nasser, inoltre, chiede alle truppe di pace delle Nazioni Unite stanziate sul Sinai dal 1956 di lasciare la zona.

A questo punto un accordo congiunto di Egitto, Giordania e Siria si propone di distruggere lo Stato di Israele, una decisione conseguente a informazioni errate ricevute dalla Russia secondo cui Israele si preparava ad un attacco alla Siria.

Israele, sentendosi accerchiato, ancora una volta sferra un attacco preventivo con l’Operazione Focus distruggendo le forze aeree egiziane. In breve Israele conquista la Penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan.

Nel 1977 avviene, quindi, la svolta: il Likud, partito di estrema destra, vince le elezioni ponendo fine al governo delle sinistre e conducendo Israele verso posizioni sempre più militariste e intransigenti.

Una ulteriore sconfitta per le sinistre, favorevoli alla politica dei ‘due popoli, due Stati’ avviene nei primi anni 2000 con il fallimento degli Accordi di Oslo[12] degli anni ’90 e la seconda Intifada.

Il sionismo ha finito, oggi, per diventare sinonimo di colonialismo oppressivo e pulizia etnica denunciato dagli stessi ebrei che vivono dentro e fuori Israele, anche se rappresentano una minoranza[13].

Tra il 13 e il 15 giugno 2025 Vienna ha ospitato il Primo Congresso Ebraico Antisionista con la folta partecipazione di accademici, intellettuali, sopravvissuti all’Olocausto che hanno inteso ancora una volta distinguere l’ebraismo dal sionismo e condannando l’uso di ogni riferimento all’ebraismo a giustificazione delle violenze militariste del governo di Israele[14].

“In quanto ebrei antisionisti e alleati, siamo al fianco di tutti i palestinesi – in Palestina e in esilio – contro il sionismo e i suoi crimini, tra cui il genocidio, l'apartheid, la pulizia etnica e l'occupazione. Affermiamo il diritto dei popoli sotto occupazione di resistere con ogni mezzo[15] , come riconosciuto da diverse disposizioni delle Nazioni Unite - si legge nella Dichiarazione - Condanniamo senza riserve tutti i crimini di guerra commessi da Israele dal 7 ottobre 2023, tra cui la pulizia etnica, l'apartheid militarizzato, l'urbicidio, lo scolasticidio, il medicidio, la fame di massa come strumento di espulsione forzata di oltre due milioni di abitanti di Gaza, nonché il genocidio in corso di centinaia di migliaia di persone, uno dei peggiori crimini di guerra del nostro tempo. Questi atti sono già stati riconosciuti come tali dalla Corte penale internazionale e dalla Corte internazionale di giustizia, sebbene lo Stato di Israele abbia respinto categoricamente le richieste di entrambe le corti”. E si legge ancora: “Nessuno di questi crimini di guerra e crimini contro l'umanità avrebbe potuto essere perpetrato o perpetuato senza il sostegno attivo ed entusiasta delle potenze occidentali – attraverso aiuti militari, finanziamenti e copertura politica e diplomatica – guidate da Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda”[16].

I crimini del sionismo militarista, dunque, non definiscono tutto il popolo ebraico. 

E’ un punto da cui partire per combattere quella sensazione di profondo disagio che coglie chi ha sempre difeso il diritto del popolo ebraico a vivere in pace ma al tempo stesso non ritiene in alcun modo giustificabile il vortice di violenza innescata contro inermi popolazioni arabe palestinesi.

 

Chiara Madaro, 26 agosto 2026


Per approfondimenti:


https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/antisiniosmo-vs-antisemitismo.html


https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/arafat-i-conti-svizzeri-la-corruzione.html


https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/il-petrolio-del-golan-usa-israele-siria.html




[1] Interactive Encyclopedia of the Palestine Question, ‘Balfour Declaration, 2 November 1917, in:  https://www.palquest.org/en/highlight/157/balfour-declaration-2-november-1917

[3] Quincy Wright, ‘Legal aspects of the Middle East situation’, Law and Contemporary Problems, Vol. 33, No. 1, The Middle East Crisis: Test of International Law (Winter, 1968), pp. 5-31, Published by: Duke University School of Law Stable URL: http://www.jstor.org/stable/1190839 . In: https://www.sci-hub.box/10.2307/1190839

[4] https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/refugees

[5] Cammino del Salento, ‘Salento luogo di accoglienza per ebrei sopravvissuti all’Olocausto’, 27 gennaio 2021, in: https://www.camminodelsalento.it/salento-luogo-di-accoglienza-per-gli-ebrei-sopravvissuti-allolocausto/

[6] UNRRA o United Nations Relief and Rehabilitation Administration — Amministrazione delle Nazioni Unite per il Soccorso e la Ricostruzione) è stata un'organizzazione internazionale fondata il 9 novembre 1943 da 44 nazioni alleate durante la Seconda Guerra Mondiale.

[7] Holocaust Encyclopedia, ‘Santa Maria di Leuca displaced person camps’, in: https://www.camminodelsalento.it/salento-luogo-di-accoglienza-per-gli-ebrei-sopravvissuti-allolocausto/

[9] Paolo Pisacane, ‘Santa maria al Bagno e gli ebrei, tra 1944 e 1945’, Fondazione Terra d’Otranto, 27 gennaio 2012,  in: https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/01/27/santa-maria-al-bagno-e-gli-ebrei-tra-1944-e-1945/

[10] Theodor Herzl è stato un giornalista  e attivista politico austro-ungherese. La sua attività di cronista gli aveva permesso di testimoniare il diffuso sentimento antisemita durante il caso Dreyfus.

[11] Ze’ev Vladimir Jabotinsky è stato un leader sionista nato ad Odessa, in Ucraina. La sua visione militarista del sionismo ha ispirato il partito Likud.

[12] Gli Accordi di Oslo, sono un processo di pace avvenuto negli anni ’90 con l’obiettivo di trovare un compromesso nelle tensioni israelo-palestinesi. L’OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, risconosce lo Stato di Israele e rinuncia alla violenza mentre Israele riconosce l’OLP come unico rappresentante del popolo palestinese. Nel 1993 dopo lunghi incontri segreti viene firmato a Washington la Dichiarazione dei Principi che prevedeva il progressivo ritiro di Israele da Gaza e Cisgiordania e la nascita dell’ANP, Autorità Nazionale Palestinese. Gli accordo proseguono nel 1995 con Oslo II, firmato a Taba in Egitto. Qui viene decisa la divisione dei territori della Cisgiordania in 3 aree, la Zona A, a totale controllo dell’ANP, la Zona B, dive il controllo civile è dell’ANP e la sicurezza è sotto controllo congiunto, la Zona C, controllata da Israele. Rimanevano in sospeso alcune questioni spinose come lo status di Gerusalemme, rivendicata da entrambe le parti, il destino dei rifugiati palestinesi e il diritto al ritorno nella propria terra, il futuro delle colonie ebraiche di Gaza e Cisgiordania. Per incoraggiare il processo nel 1994 fu assegnato il Nobel per la Pace ai protagonisti Yitzahak Rabin, Shimon Peres e Yasser Arafat. Nel 1995 Yitzahak Rabin viene ucciso da un estremista ebreo mentre sul fronte palestinese hamas e la Jihad Islamica organizzano attentati per far fallire gli accordi. Nel 2000 un ulteriore tentativo di salvataggio del lavoro svolto, a Camp David, non ottiene esito positivo, poco dopo scoppia la Seconda Intifada e gli accordi di Oslo rimangono ad oggi congelati.

[13] Jura Gentium, ‘From the Ottoman Empire to Israel’s birth and expansion’, in: https://www.juragentium.org/topics/palestin/doc01/index.htm

[14] Anti-zionist Congress, Delaration of the Jewish Anti-Zionist Congress, Vienna, 13.15 June 2025, in:  https://www.juedisch-antizionistisch.at/en/declaration

[15] Shahd Hammouri, Law for Palestine, ‘The Palestinian people have the right of resistance by all means consistent with the principles of the UN Charter’, 8 ottobre 2023, in: https://law4palestine.org/the-palestinian-people-have-the-right-to-resistance-by-all-means-available-at-their-disposal-dr-shahd-hammouri/

domenica 23 agosto 2026

L’affondamento del cargo Cavtat, il carico tossico, le armi, la guerra fredda e il conflitto turco-cipriota

 




Il 14 luglio 1974 alle 04.12 il cargo mercantile ‘Cavtat’, battente bandiera maltese entra in collisione con la nave portacontainer ‘Lady Rita’ battente bandiera panamense e comandata dal napoletano Carmine Laudato e cola a picco a 6 miglia dalla costa del Golfo di Otranto in Puglia.

Colpiscono alcuni particolari: l’imbarcazione non affondò dal punto in cui venne colpita e poi l’affondamento durò 6 ore durante le quali non fu mai lanciato l’SOS.

La Cavtat era stata costruita nel 1968 e apparteneva in origine ad una compagnia di navigazione Jugoslava, la Jugolinija. L’incidente trascina la nave sul fondale, a circa 100 metri di profondità, con il suo carico tossico.  Secondo il manifesto di bordo, la Cavtat viaggiava con un carico di 2500 tonnellate di cui 270 di piombo tetraetile e piombo tetrametile, additivi antidetonanti, divise in 900 bidoni e il resto di ‘ferraglia’ e altro materiale chimico non ben definito. Secondo alcuni poteva trattarsi di armi anche perché, a differenza di quanto dichiarato in origine, il cargo salpava dal porto di Manchester, noto per via del traffico internazionale d’armi. Il carico fu recuperato nei quattro anni successivi grazie all’impegno profuso dall’allora pretore di Otranto, Alberto Maritati. Un impegno proseguito malgrado le pressioni esercitate nei suoi confronti da entità governative e internazionali affinché il carico fosse lasciato in fondo al mare. Oltre alle difficoltà tecniche e ai costi elevati che comportava l’operazione, sulla vicenda pesavano anche tensioni diplomatiche ed internazionali per via della nazionalità cui appartenevano le navi coinvolte in piena guerra fredda e a causa della reticenza degli attori coinvolti.

Maritati fu costretto a far valere l’autorità giudiziaria e penale, impose il sequestro e l’obbligo di intervento mostrando fermezza rispetto alla minimizzazione del rischio.

L'ultimo bidone di piombo tetraetile fu portato in superficie il 12 aprile 1978. Maritati scongiurò il disastro ambientale in quanto, secondo una commissione internazionale composta da 12 scienziati della NATO, tra il ‘76 e il ‘77 i bidoni avrebbero iniziato a disperdere il loro contenuto. Il costo dell'intera operazione ammontò a 15 miliardi di Lire ma riguardò solo i fusti di piombo tetraetile; il resto del carico, quello che veramente preoccupava la comunità internazionale e di cui tutt’oggi non si sa nulla, rimase nel relitto.

All’epoca dei fatti si sospettò che il carico dovesse servire alla guerra turco-cipriota caldeggiata dalla Cia. Proprio a Manchester, infatti, esisteva un enorme deposito d'armi appartenente a Samuel Cummings ex agente dell'organizzazione americana e indiscusso re del traffico d’armi su larga scala. La sua compagnia, la Interarms, registrava un fatturato annuo che ammontava mediamente a 100milioni di dollari provenienti da accordi stretti con dittatori, despoti, rivoluzionari e controrivoluzionari che alimentavano le guerriglie centro americane, senza distinzione di bandiera.

Non fu mai possibile stabilire ufficialmente un legame tra l’affondamento della Cavtat e la guerra di Cipro ma i fatti avvennero giusto pochi giorni prima dell’invasione turca (20 luglio 1974) mentre le operazioni di recupero terminarono a guerra finita.
Siamo, d’altra parte, nel vivo della guerra fredda e la NATO aveva avviato strutture e operazioni paramilitari di tipo segreto con l’intenzione di arginare possibili attacchi da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. L’Italia faceva parte della ‘stay-behind net’, la rete al di là di ogni istituzione visibile, con Gladio in cui confluirono forze anti comuniste nate durante il secondo conflitto mondiale. La rete era in parte finanziata dalla Cia e ne facevano parte praticamente tutti i paesi europei, comprese le neutrali Svizzera e Svezia. Questa rete agiva al di fuori delle tradizionali organizzazioni militari della Nato anche attraverso i Cag, centri di addestramento guastatori, che avevano il compito di intervenire durante gli scioperi o le manifestazioni. E’, dunque, possibile che in ambito Nato siano state intraprese iniziative parallele e contrastanti rispetto a quelle ufficiali. 

L'arcivescono Makarios III

Anche Cipro faceva parte della rete con il LOK che organizzò un colpo di stato ai danni del Presidente, l’Arcivescovo Makarios, il 15 luglio 1974, accusato da Kissinger di essere il ‘Castro del Mediterraneo’. 

La guerra turco-cipriota si scatena nel luglio-agosto del 1974. Dopo l’indipendenza dal Regno Unito conquistata da Cipro nel 1960, l’isola viene guidata dall’arcivescovo Makarios III, eletto primo presidente della Repubblica. 

Makarios perseguiva inizialmente l’obiettivo della unione con la Grecia, la cosiddetta politica dell'Enosis. Ma nel tempo comprende che questo avrebbe scatenato tensioni con le minoranze turco-cipriote presenti sull’isola e con la stessa Turchia per cui finì per attestarsi su una politica di non allineamento e indipendenza. Questa scelta finì per renderlo inviso internamente  dai nazionalisti e dalla Giunta dei Colonnelli, la dittatura che dal 1967 flagellava la Grecia.

1l 15 luglio 1974, quindi, la Giunta militare di Atene guidata dal generale Dimitrios Ioannidis e l’organizzazione paramilitare cipriota EOKA-B decidono di rovesciare il governo di Makarios in modo da annettere Cipro alla Grecia con la forza. Makarios, sopravvissuto all’assalto militare si rifugia presso  la base militare britannica di Akrotiri per essere condotto a Londra mentre i golpisti insediano il governo fantoccio di Nikos Sampson, un ex guerrigliero noto per i sentimenti anti turchi.

Fondamentale nelle operazioni il ruolo del LOK, Lóchoi Oreinōn Katadromōn, ovvero Unità di Commando Montani / Forze Speciali, braccio operativo delle forze armate greche e greco-cipriote e facente parte della rete stay behind[1].

Propaganda turca dell'Operazione Attila
L’azione militare provoca la reazione turca con l’Operazione Attila tra il 20 luglio e il 18 agosto 1974. La Turchia invoca il Trattato di garanzia del 1960 in base al quale Turchia, Regno Unito e Grecia potevano intervenire per ripristinare l’ordine costituzionale sull’isola.

Il sanguinoso conflitto che si scatenò sui monti Pentadaktilos e all'aeroporto dell’isola provocò in breve il collasso del governo Sampson ma anche la caduta della Giunta dei Colonnelli ad Atene. In seguito ai colloqui di pace, però, la Turchia lancia un nuovo affondo sull’isola finendo per annettere il 37% dei territori.

Cartografia Limes sulla divisione di Cipro

Le Nazioni Unite decisero, quindi l’istituzione della Linea Verde
che comportò la fuga di oltre 150mila greco-ciprioti a sud e 50mila turco-ciprioti a nord.

Solo nel dicembre 1974 Makarios fa ritorno a Cipro governando la sola area greca fino al 1977, anno della sua morte.

 

 


Chiara Madaro, 23 agosto 2026



[1] In occasione del processo a Gladio, struttura stay behind italiana, del 1990 l’Avvocato Generale dello Stato dichiarò legittima la struttura e in linea con il Trattato Nato, un patto difensivo atto a creare un collegamento diretto tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Si tratta, perciò, di strutture legittimate ad operare ancora oggi.