Fa impressione la
deriva stragista, l’odio cieco, il nazionalismo eliminazionista che
caratterizza la politica di Israele oggi. Fa impressione l’impotenza e l’inattività
della diplomazia internazionale.
Eppure non è sempre
stato così.
Lo Stato di Israele nasce
ufficialmente il 14 maggio del 1948, quando David Ben Gurion, primo
Primo Ministro di Israele, legge la Dichiarazione di Indipendenza che sancisce la fine
del mandato britannico sulla Palestina: dalla mezzanotte di quello stesso
giorno nasce Israele.
Ma la massiccia presenza
degli ebrei in Palestina e le aspirazioni sioniste iniziano ben prima, il 2
novembre 1917 con la
Dichiarazione di Balfour, un documento, una
lettera, inviata dal Segretario agli esteri britannico Arthur Balfour
a Lord
Walter Rothshild, la figura di riferimento per la comunità ebraica
britannica e del movimento sionista.
Nel testo Balfour
dichiarava il pieno favore britannico rispetto alla creazione in Palestina di un
‘focolare nazionale per il popolo ebraico’ e si impegnava a facilitare la
realizzazione di questo progetto specificando che non sarebbe stato fatto nulla per pregiudicare i
diritti civili e religiosi delle popolazioni arabe che abitavano l’area né
lo status degli ebrei presenti in altri paesi.
Nel 1922 questa lettera
andrà ad integrare il Mandato britannico della Palestina, un compito
assegnato dalla Società delle Nazioni, la versione primordiale delle
Nazioni Unite. Questa investitura internazionale favorì le prime ondate
migratorie degli ebrei in Palestina.
Siamo in un momento
storico in cui prevale un atteggiamento coloniale da parte delle nazioni più
forti e vige il sistema dei Mandati avviato dopo la Prima guerra
mondiale. In
particolare l’Art. 22 del Patto della Società delle Nazioni del 1919
stabilisce che le ex province dell’Impero ottomano erano classificabili come
Classe A. Ai territori di Classe A in sostanza era riconosciuta
indipendenza ma si considerava che necessitassero ancora dell’assistenza di una potenza tutelare
almeno fino al momento in cui non sarebbero stati in grado di reggersi da
soli. Era convinzione di Francia e Gran Bretagna, infatti, che le regioni
mediorientali non fossero strutturate in modo da costruire strutture sociali, politiche e
burocratiche moderne, assimilabili a quelle occidentali.

Ma,
ovviamente, l’idea di tutelare le popolazioni locali era funzionale anche alla
necessità di Londra di controllare il Mediterraneo e il Canale di Suez,
fondamentale per i commerci britannici con le Indie e il controllo sul petrolio
iracheno.
La decisione provocò,
come è facile immaginare, la reazione delle popolazioni arabe e una situazione
di conflittualità per cui nel 1939 Londra emana il Libro Bianco che
limita fortemente la possibilità di acquistare terre in Palestina da parte
della comunità ebraica.
Ma durante la seconda
guerra, l’inasprimento e la violenza indiscriminata delle politiche contro
gli ebrei in molti paesi europei genera oltre 250mila profughi alla fine
del conflitto.
Ben presto la situazione diventa talmente ingestibile che già nel 1947 il Regno Unito
rimette il mandato alle Nazioni Unite. Si vota, quindi, per il Piano di partizione
con la Risoluzione 181 che consentirà ai britannici di ritirarsi già nel
maggio 1948 in coincidenza con la proclamazione dello Stato di Israele. E nasce il fenomeno dell’Aliyah
Bet, l’immigrazione clandestina degli ebrei verso la Palestina.
E' a questo punto della
storia che entrano in gioco le coste pugliesi, dove furono allestiti un
certo numero di campi profughi: 34 a Santa Maria al Bagno, a Nardò, 35 a Santa
Maria di Leuca, 36 a Santa Cesarea Terme e 39 a Tricase porto.
Questi Campi, noti come
Displaced Persons Camps o DP Camps erano organizzati sotto la gestione
dell’UNRRA
e di organizzazioni ebraiche come la Joint e la Brigata Ebraica che
confiscarono molte ville per trasformarle in alloggi di transito. Bari e
Brindisi, poi, costituivano importanti snodi portuali anche se l’immigrazione
clandestina avveniva, come oggi, su piccole imbarcazioni.
Da queste sponde passa
anche David Ben Gurion, il principale architetto dello Stato ebraico e suo primo Primo
Ministro, allo scopo di controllare personalmente i campi e portare sostegno ai
profughi.
Ben Gurion era nato in
Polonia e la sua Aliya, la sua migrazione in Palestina, avvenne già nel 1906,
quando l’impero ottomano era ancora in vita.
Qual era il suo
orientamento politico ed ideologico? Quello prevalente fino agli ’60: egli era un
sionista laburista o socialista e fondamentalmente univa posizioni marxiste
al nazionalismo ebraico. Il sionismo nasce come un movimento politico e
ideologico alla fine del 19° secolo con l’obiettivo di difendere e
creare uno stato ebraico autonomo nella terra storica di Israele, la Palestina. Il termine deriva da Sion, uno dei colli di Gerusalemme.
Il primo Congresso
sionista ha luogo nel 1897 a Basilea in risposta all’antisemitismo che già
avanzava in Europa. Il senso di insicurezza che governava il popolo ebraico
condusse gli ebrei a convincersi di non essere solo una comunità religiosa ma
anche una nazione dotata, quindi, del diritto ad autodeterminarsi.
Ma il movimento
sionista non è mai stato monoblocco. Esistevano varie correnti.
Il sionismo politico
propugnato da Theodor Herzl
immaginava che prima di una immigrazione di massa si sarebbe dovuto
realizzare un riconoscimento diplomatico nel diritto internazionale.
Il sionismo
laburista di Ben Gurion, al contrario, pensava che lo stato di
Israele andasse costruito sul campo, cioè iniziando l’immigrazione e creando
comunità agricole collettive, i kibbutz.
Il sionismo
revisionista di Ze’ev Jabotinsky
era più intransigente e militarista. E’ da questa posizione che deriva la
attuale destra israeliana al governo.
Infine il sionismo
religioso faceva confluire la fede ortodossa nell’ideologia politica: chi
aderiva a questa posizione credeva che tornare in Terra Santa avesse un potere
redentore.
Prevale, come si è
detto, la posizione laburista di Ben Gurion fino al 1977, quando avanza
la opposta visione militarista di Jabotinsky.
Cosa era avvenuto nel frattempo? Nel giugno
1967 scoppia la Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione
di Gaza e della Cisgiordania, di Gerusalemme est e delle Alture del Golan da parte di Israele. La guerra fu l’esito di una serie di tensioni
che si erano scatenate tra gli israeliani e gli Stati arabi. Le tensioni
culminano con un attacco preventivo di Israele contro le basi aeree
egiziane che rispondono chiudendo lo Stretto di Tiran, fondamentale per il
controllo del petrolio. Il presidente egiziano Nasser, inoltre, chiede alle
truppe di pace delle Nazioni Unite stanziate sul Sinai dal 1956 di lasciare la
zona.A questo punto un accordo
congiunto di Egitto, Giordania e Siria si propone di distruggere lo Stato di
Israele, una decisione conseguente a informazioni errate ricevute dalla
Russia secondo cui Israele si preparava ad un attacco alla Siria.
Israele, sentendosi
accerchiato, ancora una volta sferra un attacco preventivo con l’Operazione
Focus distruggendo le forze aeree egiziane. In breve Israele conquista la
Penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme est e le
alture del Golan.
Nel 1977 avviene,
quindi, la svolta: il Likud, partito di estrema destra, vince le
elezioni ponendo fine al governo delle sinistre e conducendo Israele verso
posizioni sempre più militariste e intransigenti.
Una ulteriore sconfitta
per le sinistre, favorevoli alla politica dei ‘due popoli, due Stati’ avviene
nei primi anni 2000 con il fallimento degli Accordi di Oslo
degli anni ’90 e la seconda Intifada.
Il sionismo ha finito,
oggi, per diventare sinonimo di colonialismo oppressivo e pulizia etnica
denunciato dagli stessi ebrei che vivono dentro e fuori Israele, anche
se rappresentano una minoranza.
Tra il 13 e il 15
giugno 2025 Vienna ha ospitato il Primo Congresso Ebraico Antisionista
con la folta partecipazione di accademici, intellettuali, sopravvissuti
all’Olocausto che hanno inteso ancora una volta distinguere l’ebraismo dal
sionismo e condannando l’uso di ogni riferimento all’ebraismo a
giustificazione delle violenze militariste del governo di Israele.“In quanto ebrei
antisionisti e alleati, siamo al fianco di tutti i palestinesi – in Palestina e
in esilio – contro il sionismo e i suoi crimini, tra cui il genocidio,
l'apartheid, la pulizia etnica e l'occupazione. Affermiamo il diritto dei
popoli sotto occupazione di resistere con ogni mezzo
, come riconosciuto da diverse disposizioni delle Nazioni Unite - si legge
nella Dichiarazione - Condanniamo senza riserve tutti i crimini di guerra
commessi da Israele dal 7 ottobre 2023, tra cui la pulizia etnica,
l'apartheid militarizzato, l'urbicidio, lo scolasticidio, il medicidio, la fame
di massa come strumento di espulsione forzata di oltre due milioni di
abitanti di Gaza, nonché il genocidio in corso di centinaia di migliaia di
persone, uno dei peggiori crimini di guerra del nostro tempo. Questi
atti sono già stati riconosciuti come tali dalla Corte penale internazionale e
dalla Corte internazionale di giustizia, sebbene lo Stato di Israele abbia
respinto categoricamente le richieste di entrambe le corti”. E si legge ancora:
“Nessuno di questi crimini di guerra e crimini contro l'umanità avrebbe potuto
essere perpetrato o perpetuato senza il sostegno attivo ed entusiasta delle
potenze occidentali – attraverso aiuti militari, finanziamenti e copertura
politica e diplomatica – guidate da Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito,
Canada, Australia e Nuova Zelanda”.
I crimini del sionismo
militarista, dunque, non definiscono tutto il popolo ebraico.
E’ un punto da
cui partire per combattere quella sensazione di profondo disagio che coglie chi ha
sempre difeso il diritto del popolo ebraico a vivere in pace ma al tempo stesso
non ritiene in alcun modo giustificabile il vortice di violenza innescata
contro inermi popolazioni arabe palestinesi.
Chiara Madaro, 26 agosto 2026
Per approfondimenti:
https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/antisiniosmo-vs-antisemitismo.html
https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/arafat-i-conti-svizzeri-la-corruzione.html
https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/il-petrolio-del-golan-usa-israele-siria.html