Chiara Madaro
Un capitolo del
rapporto è dedicato a Goldman Sachs e ai suoi depositi di uranio.
La banca Goldman Sachs
diventa una holding bancaria nel 2008 in seguito al crollo della Borsa
di Wall Street[4]
e nel 2009 avvia negoziazioni fisiche e finanziarie di uranio acquisendo un
ruolo leader nel settore dei mercati di uranio attraverso la società Nufcor
International Ltd usufruendo della legge Gramm-Leach-Bliley Act[5]
aumentandone il volume di affari fino a decuplicarlo da 1,3 milioni di sterline
a 13 milioni e aumentando i contratti di fornitura a lungo termine da 2 a 9 con centrali nucleari. Il Rapporto
afferma anche che Goldman aveva immagazzinato il suo uranio in almeno 6
impianti di stoccaggio sia negli Stati Uniti che all’estero e si prevedeva che le
attività di Goldman legate all’uranio sarebbero proseguite fino al 2018. Secondo
il Senato queste attività sollevano molteplici questioni preoccupanti anche
perché la banca non dispone di capitali e assicurazioni sufficienti per
proteggersi da un evento catastrofico, concorrenza sleale e conflitti di
interesse derivanti dal controllo fisico delle forniture.
Rischi elevati se si
considerano i danni alla salute, l’uso di acidi fortemente corrosivi durante la
lavorazione del metallo e possibilità di incendi ed esplosioni.
Il Rapporto nota alcuni
vuoti normativi che hanno consentito a Goldman Sachs di operare
liberamente in un contesto in cui risultava ancora aperto il dibattito sulla
opportunità di considerare l’uranio un materiale destinato all’industria
nucleare e che, pertanto, richiede restrizioni commerciali o materia prima vendibile
liberamente. Il regolamento statunitense, si rammenta nel rapporto, consente
effettivamente ai proprietari dell’uranio di venderlo o acquistarlo liberamente
senza ottenere una licenza specifica ma a patto di non avere possesso
effettivo, fisico del metallo.
Il primo trading di uranio risale al 6 maggio 2007 e ha sempre registrato pochissimi partecipanti. Nel momento in cui il Report del Senato statunitense viene pubblicato, l’uranio viene commercializzato come merce fisica in due fasi, sottoforma di ottossido di uranio (U308) e come esafluoruro di uranio (UF6). Il mercato è stato sempre caratterizzato da forti fluttuazioni dovute al ‘sentiment’ riguardo l’energia nucleare e alle innovazioni tecnologiche in materia di fonti alternative di energia.
Il picco che è
possibile notare nei primi anni 2000, spiega il rapporto, è dovuto ad un
rinnovato interesse per le rinnovabili e alla conseguente speculazione riguardante
la possibile diffusione dell’energia nucleare, fatto che ha comportato un aumento
dei prezzi dell’uranio arrivando a picchi di 135 dollari. Il successivo
crollo che è possibile notare nello stesso grafico è conseguenza del
disastro di Fukushima in Giappone avvenuto nel marzo del 2011 spingendo i
governi a pensare a diverse risorse energetiche.
Il commercio fisico di
uranio nasce negli anni 60 per supportare la nascente industria dell’energia
nucleare. Per l’occasione viene creata la Nuclear Fuels Corporation of South
Africa (Nufcor) poi diventata Nufcor International Ltd per iniziativa delle
società minerarie di oro sudafricane. L’uranio in questa fase era venduto come
sottoprodotto dell’estrazione di oro a Stati Uniti e Regno Unito per scopi
militari. Ma con la creazione di Nufcor le vendite si spostano dal ramo
militare a quello energetico. Le centrali nucleari usavano le scorte di
uranio per produrre barre di combustibile nucleare. Le vendite avvenivano a
questo punto ovunque nel mondo. Negli anni ’70 Nufcor vende uranio
arricchito all’Iran, all’epoca governato dallo Shah Mohammad Reza Pahlavi (1925-1979)
e stretto alleato degli Stati Uniti. E’
nel 1999 che Nufcor apre anche una filiale a Londra, la Nufcor International
Ltd. che gestiva un fondo di investimento, Nufcor Uranium Ltd., per
investimenti legati all’uranio. Nei primi anni 2000, quindi, Nufcor e le sue
affiliate erano particolarmente attive nel possesso fisico di uranio, nel
commercio dei prodotti finanziari legati all’uranio e nella consulenza di
investimenti.
Il 26 giugno 2008 viene
poi acquistata da Constellation Energy Group, una società statunitense che ha
gestito diverse centrali nucleari.
E’ a questo punto, nel
dicembre 2008, ovvero dopo esser diventata una holding bancaria da appena tre
mesi, che inizia l’avventura di Goldman Sachs (GS) con l’uranio. GS,
già in grado di gestire gli affari nel campo delle materie prime (qui l’antecedentedell’acciaio), nel 2009 acquista Nufcor con la garanzia di riuscire a
gestire le nuove attività legate al commercio fisico e finanziario in
conformità con le prospettive legali, fiscali e operative previste sebbene –
sottolinea Goldman - il mercato dell’uranio ponesse alcune sfide dovute al
fatto che i prezzi, appunto, dipendono dal ‘sentiment’ del mercato, che in
precedenza il mercato finanziario dell’uranio in quanto materia prima non era
mai stato attivato, non esistevano, quindi, precedenti tali da consentire
valutazioni sull’andamento del mercato.
Tra i buchi del sistema
riguardante l’uranio Goldman rileva inoltre qualcosa di interessante, ovvero
che ‘l’approccio generale” della maggior parte delle autorità federali in tema
di diritto ambientale prevede di attribuire la responsabilità per i
danni ambientali ai proprietari e agli operatori delle strutture in cui
viene stoccata la materia prima quindi Goldman sostiene di non poter
essere soggetto ad alcuna eventuale responsabilità ‘ai sensi di leggi
consolidate’ in merito alle attività che svolge con le materie prime fisiche in
quanto GS evita di essere ‘proprietario’ o ‘gestore’ di strutture che
immagazzinano o trasportano merci. Cavilli che verranno, però, smontati nel
2010 in seguito al caso giudiziario scaturito dallo sversamento di petrolio
avvenuto dalla piattaforma off shore Deepwater Horizon iniziato il 20
aprile 2010 in seguito ad una esplosione. Si è trattato di uno dei peggiori
incidenti petroliferi nella storia degli Stati Uniti. Lo sversamento di 780
milioni di petrolio nel Golfo del Messico proseguì per 87 giorni contaminando
oltre 2mila Km di costa. Solo negli Stati Uniti furono danneggiate le coste
della Louisiana, del Mississippi, l’Alabama e la Florida. Anche in quel caso la
BP sostenne di non possedere né gestire la piattaforma ma aveva riconosciuto di
aver subito un danno di 42 miliardi di dollari. Nel settembre 2014, in
seguito ad un processo con giudice unico, la Corte ha ritenuto BP gravemente
negligente quantificando in 18 miliardi di dollari i danni aggiuntivi. In
pratica la sentenza della Corte statunitense stabilì che la responsabilità
legale dei proprietari e dei gestori degli impianti non è, di per sé, un
impedimento a ritenere responsabili di danni ambientali anche altri soggetti.
Ma nel 2008/09 al
momento dell’ingresso di Goldman nel mercato dell’uranio, la banca crede di essere
al riparo da ogni responsabilità e amplia, quindi, il giro di affari iniziando
ad acquistare milioni di libbre di uranio e controllando entrate e
uscite di uranio fisico negli impianti di stoccaggio di Europa e Stati Uniti. Nufcor
a questo punto è fornitore a lungo termine di uranio fisico ed è gestita da
dipendenti di Goldman.
Fino, appunto, alla
sentenza del settembre 2014 e alla affermazione della Federal Reserve
che asserisce: “la responsabilità può essere attribuita a [holding
finanziarie] che possiedono beni fisici coinvolti in eventi catastrofici
anche se [le holding finanziarie] assumono terze parti per immagazzinare e
trasportare le merci”.
D’altra parte, nota il
Rapporto del Senato USA, Nufcor è diventata nel frattempo un’entità fittizia gestita
da operatori di Goldman che dovrebbe difendersi presso tribunali sia negli States
che altrove, in base alle leggi vigenti nel paese in cui potrebbe avvenire un
incidente. E d’altra parte la stessa Goldman in un memorandum[6] congiunto
presentato in supporto della richiesta di Goldman Sachs alla Federal Reserve riconosce
che “una parte che consapevolmente affida un materiale pericoloso ad un
operatore incompetente può essere ritenuto responsabile”[7].
Ed è proprio nel 2014 che
Goldman decide di vendere o chiudere rimanendo, però, con
obblighi contrattuali di fornitura fisica nei confronti delle centrali che
riforniva fino al 2018. Quando la notizia viene diffusa dall’agenzia di stampa
tedesca Reuter è il febbraio del 2014 e fino a quel momento le attività di GS
nel campo dell’uranio non erano di pubblico dominio[8]. Ciò che
salta all’occhio è il fatto che una banca d’affari privata, un colosso di
quelli too big to fail, possa gestire un mercato così delicato per le
sorti della pace mondiale. Nel commercio dello yellow cake, l’uranio grezzo, c’è
anche Deutsche Bank e in 4 anni – afferma l’agenzia di stampa – le banche
hanno accumulato scorte di combustibile nucleare superiori rispetto a quelle
detenute dall’Iran e sufficienti a far funzionare le centrali cinesi per un
anno. Reuters ricostruisce, inoltre, che le origini degli affari di Goldman
Sachs nel settore dell’uranio risalgono ad un conglomerato commerciale
sudafricano dell’era dell’apartheid che 35 anni prima aveva venduto all’Iran la
sua unica fonte conosciuta di yellowcake estero.
E’ quella fornitura ad
essere oggi al centro del dibattito riguardante il programma di arricchimento
iraniano. La notizia che Goldman gestisca il commercio dell’uranio,
una materia importante sia per la produzione energetica, dunque l’economia dei
paesi, sia per la costruzione di ordigni, dunque per la sicurezza, impone
riflessioni sulla effettiva sovranità degli Stati e sulla gestione della
sicurezza in quanto sebbene il commercio dell’uranio a livello globale sia
monitorato da governi, agenzie di intelligence e da AIEA, Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica, nessuno è in grado di tracciare ogni
singola transazione.
Gabrielle Hetch[9],
docente di Storia della Scienza e della Tecnologia presso l’Università del
Michigan, nel 2012 pubblica un libro che svela i meccanismi del commercio
globale di uranio. Con ‘Being nuclear: Africans and the global uranium trade’, Hecht
denuncia proprio come per decenni l’uranio non sia stato trattato per quello
che è, ovvero come una materia prima strategica e militare ad alto rischio e
questo ha permesso compravendite che sfuggivano ai rigidi controlli
altrimenti attuabili[10]. Hetcht
pone la questione fondamentale: la produzione di uranio è o non è un’attività
nucleare? Dipende, risponde: “Bisogna sapere che negli anni 90 le miniere di
uranio erano escluse dalle definizioni ufficiali riguardanti cosa sia una ‘installazione
nucleare’. E questo – prosegue – aveva molte implicazioni concrete in
termini di commercio in particolare. Questo significava – spiega ancora – che erano
esentate dalle procedure di controllo elaborate dall’Agenzia internazionale
dell’energia atomica che mirano ad evitare la proliferazione nucleare.
Questa esclusione, dunque, tra le altre cose ha facilitato il commercio dell’uranio.
L’esclusione dell’uranio dalla categoria delle ‘cose nucleari’ aveva un interesse
economico[11].
Come si vede dalle
tabelle tratte dal rapporto del Senato USA, il valore delle transazioni GS sull’uranio
è cresciuto notevolmente in 4 anni arrivando da 112 a oltre 241 milioni di
dollari. Riassumendo le proprie attività con l’uranio, GS ha affermato di
acquistare la materia dalle società minerarie, di immagazzinarla, fornirla alle
centrali nucleari quando ne avevano bisogno. In pratica era una attività di
intermediazione e di finanziamento dell’immagazzinamento, così come accade con
l’alluminio, ma in aggiunta speculava sui prezzi dell’uranio negoziando
futures e altri prodotti finanziari correlati.
Questo fino al momento
in cui Goldman decide di liquidare l’attività in quanto ‘gli affari sull’uranio
fisico sono facili da fraintendere’. E’ possibile che le ragioni reali
riguardino le conseguenze politiche ed economiche dell’incidente di Fukushima
oltre alle pressioni da parte della Federal Reserve dovute al fatto incontestabile
che gli incidenti nucleari collegati a questo genere di attività succedono
malgrado le strenue negazioni da parte di GS.
““I recenti disastri
che coinvolgono beni fisici – afferma in merito la Federal Reserve - dimostrano
che i rischi associati a queste attività sono unici per tipologia, portata e
dimensione. In particolare, le catastrofi che coinvolgono materie prime
sensibili dal punto di vista ambientale possono causare vittime e danni
economici ben superiori al valore di mercato delle merci coinvolte o del capitale
impegnato e delle polizze assicurative di chi partecipa al mercato”[12].
Una ulteriore questione
riguarda la concorrenza sleale: in un anno Goldman – nota il rapporto del
Senato, ha più che triplicato il volume di affari di Nufcor e ha aumentato del
40% le sue riserve. In 5 anni di attività il valore finanziario dell’uranio è
più che raddoppiato malgrado i prezzi dell’uranio fossero in caduta. La rapida
espansione delle attività di Nufcor non sono solo dovute all’acume di Goldman
ma anche ai vantaggi intrinseci delle holding finanziarie: ad esempio una
holding ha accesso ad un credito poco costoso dalla sua banca consentendo costi
inferiori rispetto ad una società non bancaria. Inoltre la Federal Reserve ha
notato come le società impegnate in attività petrolifere e gasiere avevano un coefficiente
patrimoniale del 42% per coprire potenziali perdite mentre le filiali delle
holding bancarie avevano un coefficiente dell’8/10%.
Quindi, si, è possibile
che GS abbia sentito la necessità di sbarazzarsi di un’attività che avrebbe
comportato perdite. Ma a chi sono state vendute quelle scorte superiori
rispetto a quelle detenute dall’Iran?
La notizia delle
vendite di yellow cake pianificate da GS e da Deutsche Bank ha destato
polemiche in merito ai possibili acquirenti. In un contesto in cui l’Occidente
si ritrae rispetto agli investimenti in energia nucleare, l’esperto Marin Katusa,
in particolare, rileva l’importanza degli accordi nucleari russi con Sri
Lanka, Ungheria, Bielorussia e Medio Oriente: non una semplice
compravendita di materia prima ma anche la costruzione di reattori nucleari e
la fornitura di capitali necessari alla costruzione. Attualmente, secondo Katusa,
la Russia controlla oltre il 45% di forniture globali di uranio e dell’arricchimento
dell’uranio a livello mondiale: un problema di sicurezza[13]. Anche
la Cina, d’altra parte, in quel momento, nel 2014 si trova al culmine
delle politiche di espansione nucleare civile comprando direttamente dalle
miniere in Namibia, Kazakistan e Canada e comprando sui mercati spot a basso
costo. Una questione non da poco se si pensa che, al contrario dell’Occidente, per
Russia e Cina si tratta di imprese statali, il controllo è centralizzato e l’interesse
in questo tipo di mercato è principalmente diretto alla materia prima fisica
più che alla speculazione finanziaria.
Cosa è successo poi?
Che effettivamente GS ha onorato gli accordi stipulati al 2018 con centrali
occidentali. Le rimanenti scorte sono state vendute sul mercato ‘spot’ e ‘forward’
ovvero il mercato aperto e dei contratti a breve termine dove gli acquirenti
sono trader autorizzati. Furono aperti anche contratti derivati speculativi per
clienti finanziari che non detengono la materia prima.
Ma nel febbraio 2024 Goldman
Sachs torna[14]:
Gli hedge fund, i fondi speculativi arrivano al 300% e nell’operazione c’è
Goldman. Come mai? Dopo Fukushima il prezzo dell’uranio si è abbassato
drasticamente. Fino alle guerre, alle ulteriori necessità energetiche e al
ritorno del nucleare nella ‘transizione green’. Risultato: dai 20-30
dollari il valore dell’uranio ha superato i 100 dollari a libbra mentre alcuni
fondi speculativi hanno raggiunto il 300% dei profitti. Goldman entra nel
mercato con una innovazione rispetto al passato: non più la compravendita di
metallo fisico, politicamente rischioso, ma le scommesse sul prezzo, i
derivati. E la montagna di soldi è cresciuta[15]. E si
prevedono ulteriori rialzi: secondo GS entro il 2040 si prevede un aumento
della generazione nucleare da 378 a 575 gigawatt con un parco reattori che è
destinato a crescere da 440 a 500 entro il 2030 e ulteriori 400 reattori in
fase di progettazione o proposta.
Dopo appena due mesi
dal rientro di GS nel mercato dell’uranio, il 19 aprile 2024 Israele colpisce una
base aerea dell’esercito iraniano a Isfahan, nei
pressi di strutture coinvolte nel programma nucleare dopo aver subito un
precedente attacco dall’Iran in risposta ad una rappresaglia di Tel Aviv sul
consolato iraniano di Damasco. L’escalation arriva al 13 giugno 2025 quando Israele
colpisce le infrastrutture missilistiche e militari ma anche le aree
corrispondenti ai sotterranei e alle infrastrutture del programma nucleare.
A rincarare la dose, nella
notte tra il 21 e il 22 giugno 2025 anche gli Stati Uniti colpiscono i
siti nucleari iraniani di Natanz, Fordow e Esfahan. L’insistenza su
quegli obiettivi è causata formalmente dalla pubblicazione di una relazione
dell’AIEA, Agenzia internazionale energia atomica che svolge un ruolo di
controllo nei paesi detentori di tecnologia e materia necessaria all’uso
(pacifico o meno) dell’energia nucleare.
Nel rapporto si afferma
che l’Iran ha aumentato sensibilmente le sue scorte di uranio arricchito
fino al 60% lasciando intendere che possiede anche la tecnologia per
arricchirlo ulteriormente fino a quel 90% necessario a fabbricare armi
atomiche.
L’Iran, limitato nelle operazioni di
arricchimento dell’uranio dall’accordo di Losanna dell’aprile 2015,
contesta il contenuto di quel rapporto, accusa Israele di aver fornito ad AIEA
informazioni fuorvianti in un momento in cui gli Stati Uniti avevano inviato
all’Iran delle proposte ai fini di un accordo sul nucleare. Si stava, cioè,
lavorando ad una soluzione diplomatica rispetto ad un elemento di criticità
rilevato da AIEA: rispetto agli accordi del 2015 l’Iran detiene 133,8
chilogrammi in più (408,6) rispetto al rapporto di febbraio e 45 volte in più
rispetto agli accordi di 10 anni fa[16].
La questione
fondamentalmente riguarda, quindi, le scorte di uranio arricchito in quanto
l’Iran è l’unico Stato non dotato di armi nucleari a detenere uranio. Questo
per AIEA costituisce motivo di preoccupazione sebbene l’Iran abbia affermato di
intendere usare l’energia nucleare solo a scopi pacifici.
A distanza di due
settimane Trump afferma che l’attacco ai siti iraniani di stoccaggio
dell’uranio non sono stati una dichiarazione di guerra e parla di un accordo
per cui sui libri di storia si parlerà di questo ‘momento’ come della ‘guerra
dei 12 giorni’.
Una vicenda che mostra
elementi di irragionevolezza: iniziata a causa di un qui pro quo, forse una
forzatura, il direttore di AIEA Rafael Grossi è costretto a negare che vi sia
stata cospirazione e afferma che nella relazione non è menzionata la presenza
di un’arma nucleare in Iran. Teheran non ha dato risposte credibili, dice
Grossi, ma: «Non avevamo alcuna prova di un tentativo sistematico di realizzare
una bomba atomica da parte dell’Iran»[17]. Ma le
dichiarazioni si inseguono e si contraddicono: se Trump insiste nel dire
che la roccia sopra ai siti di uranio è stata fusa come burro, che l’uranio
è sotto le macerie e, quindi, irrecuperabile, Grossi dichiara, al
contrario, che l’Iran sarebbe in grado in pochi mesi di tornare a lavorare
l’uranio ed esiste la possibilità che costruisca delle bombe[18].
Nel tira&molla
mediatico il primo attaccante, Israele, rimane incerto sui danni effettivamente
riportati dai siti nucleari iraniani mentre gli esiti di questo attacco
militare che sembrerebbe ma non sarebbe una dichiarazione di guerra, rimangono
ancora incerti. Rimane, poi, il mistero dei tir che il 19 e il 20 giugno,
appena prima dell’attacco statunitense, si sono mossi intorno all’impianto:
forse trasportavano i cilindri in cui era stivato l’uranio arricchito? Ma
l’uranio è una delle materie più dense e pesanti esistenti in natura: quanto
spazio occupano 400kg di uranio? Pochissimo,
circa il volume di una cassa d’acqua da 6 bottiglie ma per essere trasportato
in sicurezza deve essere diviso in lotti e inserito in cilindri d’acciaio e
chiuso in container schermati di piombo e cemento per schermare radiazioni e
possibili incidenti. Questo spiegherebbe la movimentazione dei 15 tir.
Rimane, comunque, il
dubbio sul motivo per cui un tale anomalo movimento non sia stato notato
dagli accorti sistemi di sicurezza israeliani che avevano già sferrato un
primo attacco[19].
E mentre la caccia al
tesoro rimane aperta e Grossi è nell’occhio del ciclone[20] il risky
business e le notizie sui possibili danni alle scorte di uranio hanno
comportato l’ascesa verticale del valore degli Exchange Trade Fund o
ETF, fondi di investimento che vengono negoziati con una certa rapidità e
immediatezza e risultano strumenti finanziari particolarmente adatti per essere
giocati anche nel breve contesto di una sola giornata borsistica. Riguardano
indici di materie prime o settoriali, tematici[21] e,
quindi, ben si prestano ad essere usati nel contesto in oggetto.
L’argomento del momento
riguarda la possibilità di un riarmo atomico e quindi il mercato sta
investendo molto nei titoli dell’uranio e dell’energia nucleare: il fondo più
remunerativo è Global X Uranium dal valore di 259 milioni di euro con
investimenti importanti in Canada, dove è presente la società di uranio più
vasta esistente al mondo, Stati Uniti e Corea del Sud[22].
Sono tra i paesi in cui
l’uranio viene prodotto maggiormente, infatti, ed è qui che sono ospitati i
depositi mondiali autorizzati alle operazioni di trading finanziario: sono
Blind River e Port Hope in Canada (gestiti da Cameco), Metropolis negli Stati
Uniti (gestito da Honeywell) e Pierrelatte in Francia (gestito da Orano/Areva).
I depositi russi e cinesi sono, invece, invalicabili basi militari e di Stato.
Invalicabili fisicamente ma non finanziariamente: Goldman ha negli anni
aperto delle filiali in Cina[23] e
gestisce patrimoni e fondi per i clienti cinesi, emette derivati legati
alle materie prime come i futures ecc.
Fonte: https://wisevoter.com/country-rankings/uranium-production-by-country/#germany
Insomma pare che le
scommesse sulla fine che ha fatto l’uranio iraniano abbia rinvigorito alcuni
portafogli e che la finanza, per guadagnare dalle scommesse abbia bisogno che
qualcosa si muova davvero.
https://world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/mining-of-uranium/world-uranium-mining-production#:~:text=About%20two%2Dthirds%20of%20the,produced%20by%20in%20situ%20leaching.
A maggio 2025, ad
esempio, il presidente Donald Trump ha firmato decreti esecutivi per accelerare
l’adozione del nucleare negli Stati Uniti abbattendo barriere normative e
fornendo finanziamenti per passare da 100 a 400 gW entro il 2050 mentre anche
la Cina prevede la costruzione di 150 reattori per una potenza di 200GW entro
il GW[24].
Tra la nuova versione
della politica green e i conflitti, il mercato è salvo.
24 luglio 2026
[1] Senate of the United States of America, Homeland Security
governamental affairs on ‘Wall Street bank involvement with physical
commodities, in: https://www.hsgac.senate.gov/?s=Wall+Street+Bank+Involvement+with+Physical+Commodities
[2]
United States Senate, Permanent subcommittee on Investigation, Committee on
Homeland Security and Governamental Affairs, Report ‘Wall Street bank involvement
with physical commodities’, majority and minority staff report in: https://www.hsgac.senate.gov/wp-content/uploads/imo/media/doc/REPORT-Wall%20Street%20Bank%20Involvement%20With%20Physical%20Commodities%20(12-5-14).pdf
[3]
Cecilia Jamasmie, ‘U.S. Senate reveals top banks ‘unfair advantage’ in physical
commodities business’, 20 novembre 2014, in: https://www.mining.com/subscribe-login/?id=808460
[4] Scrivere della leach bliley e
del perché non è diventata prima una holding
[5] La Gramm-Leach_Bliley Act o
Financial Services Modernization Act è una legge approvata negli Stati Uniti il
12 novembre 1999 da Bill Clinton e consente alle banche di diventare anche
holding, cioè banche di investimento finanziario. Goldman Sachs diventa una
banca di investimento solo nel 2008, in seguito alla crisi finanziaria derivata
dal crollo della Borsa di Wall Street perché sebbene con questa legge fossero
stati rimossi i limiti alla libertà di azione delle banche del GlassnSteagall
Act, diventare una banca finanziaria significava passare dal controllo della Federal
Reserve (Mine Doyran, Rutgers Business Review, ‘How Goldman Sachs Turned the
Great Recession into Competitive Advantage Using Strategica Management, in: https://rbr.business.rutgers.edu/article/how-goldman-sachs-turned-great-recession-competitive-advantage-using-strategic-management#:~:text=What%20are%20the%20strategic%20questions%20confronting%20Goldman,in%20times%20of%20both%20prosperity%20and%20crisis.)
fatto che comporta il controllo pervasivo dei libri contabili e la limitazione
degli investimenti ad alto rischio. Ma in seguito alla crisi Goldman Sachs e
Morgan Stanley, per pura sopravvivenza diventano holding riuscendo ad ottenere
prestiti di emergenza alla Banca Centrale.
[6] Il New Product memorandum risale
al 2008 per essere sottoposto al Goldman’s European Federation New Products
Committee per una approvazione.
[7] United States Senate, Permanent subcommittee on Investigation,
Committee on Homeland Security and Governamental Affairs, Report ‘Wall Street
bank involvement with physical commodities’, majority and minority staff report
in: https://www.hsgac.senate.gov/wp-content/uploads/imo/media/doc/REPORT-Wall%20Street%20Bank%20Involvement%20With%20Physical%20Commodities%20(12-5-14).pdf
[8]
David Sheppard, ‘Goldman puts ‘for sale’ sign on Iran’s old uranium supplier’,
11 febbraio 2024, in: https://www.reuters.com/article/business/goldman-puts-for-sale-sign-on-irans-old-uranium-supplier-idUSBREA1A0RX/
[9] Gabrielle Hecht, in: https://gabriellehecht.org/
[10] Nuclear Cartographies, ‘Uranium mines’, 2026, in: https://nuclearcartographies.com/uranium-mines/#:~:text=As%20Gabrielle%20Hecht%20demonstrates%20in%20her%20inquiry,that%20ran%20counter%20to%20French%20military%20interests.
[11] Revue des Livres, Technopolitique du nucléaire. Entretien avec Gabrielle Hetcht’,
RdL n.11, maggio-giugno 2013, in: https://gabriellehecht.org/wp-content/uploads/2024/05/Technopolitique-du-nucleaire.pdf
[12] “Complementary Activities, Merchant Banking Activities, and Other
Activities of Financial Holding Companies Related to Physical Commodities,” 79
Fed. Reg. 3329, at 3331, 21 gennaio 2014), in: https://www.govinfo.gov/content/pkg/FR-2014-01-21/pdf/2014-00996.pdf
[13] Lanka Reporter, ‘Sri Lanka nuclear deal: Russia is locking up
uranium market, says expert’, 24 febbraio 2014, in: https://lankareporter.com/blog/sri-lanka-nuclear-deal-russia-is-locking-up-uranium-market-says-expert/#:~:text=%E2%80%9CThey're%20not%20just%20selling%20uranium%2C%20they%20are,%E2%80%9Cnational%20security%20issue%E2%80%9D%20for%20the%20United%20States.
[14] Global banking and Finance, ‘Commodity trader mercuria bets on boom
with foray into uranium, sources say’, 19 settembre 2025, in: https://www.globalbankingandfinance.com/URANIUM-MERCURIA-TRADING-07737219-b519-44d1-9d8c-183ae273c552/#:~:text=Mercuria%20will%20compete%20with%20Goldman%20Sachs%20and,a%20foothold%2C%20according%20to%20industry%20experts.%20Tags.
[15] PR Newswire, Investment Banks & Hedge Funds stepping up activity
in physical uranium as prices spike’, 7 maggio 2024, in: https://www.newswire.ca/news-releases/investment-banks-amp-hedge-funds-stepping-up-activity-in-physical-uranium-as-prices-spike-877162919.html#:~:text=The%20report%20said%3A%20%22Investment%20banks%20Goldman%20Sachs,that%20have%20lifted%20prices%20to%2016%2Dyear%20highs.%22
[16]
France24, ‘Iran boosts highly enriched uranium production: IAEA’, 31 maggio
2025 in:
https://www.france24.com/en/live-news/20250531-iran-boosts-highly-enriched-uranium-production-iaea
[17] Andrea Capocci, Il Manifesto,
‘Aiea, il cerino acceso e il tardivo dietrofront’, 20 giugno 2025, in:
https://ilmanifesto.it/aiea-il-cerino-acceso-e-il-tardivo-dietrofront
[18] ANSA, ‘Gli USA insistono: ‘I
siti iraniani distrutti’. L’AIEA frena’, 29 giugno 2025, in: https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2025/06/29/trump-iran-era-vicino-alla-produzione-della-bomba-atomica_d2bddf7f-4c8f-4353-915e-6fc7e0a2ad9c.html
[19] Il Fatto Quotidiano, ‘Attacco
Usa all’Iran, il mistero dei 408 chili di uranio spariti: dai camion ai siti
segreti, le ipotesi. “L’arricchimento? Solo rimandato”, 23 giugno 2025, in:
https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/23/attacco-usa-iran-uranio-nucleare-notizie/8036714/
[20] ANSA, ‘Collaboratore Khamenei
minaccia capo dell’Aiea, ‘la pagherà’. Grossi accusato di aver favorito
l’attacco di Israele all’Iran’, 21 giugno 2025, in:
https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/06/21/collaboratore-khamenei-minaccia-capo-dellaiea-la-paghera_d8a46d13-db9e-40c4-8dc7-74b499b0fa0d.html
[21] Milano Finanza, ‘ETF: che cosa
sono e come funzionano’, 9 settembre 2023, in:
https://www.milanofinanza.it/news/glossario-etf-cosa-sono-e-come-funzionano-202303281533118886?refresh_cens
[22] Marco Capponi, Milano Finanza, ‘ETF,
con la guerra Israele-Iran volano quelli sull’uranio’, 23 giugno 2025, in :
https://www.milanofinanza.it/news/quali-sono-e-in-cosa-investono-gli-etf-che-hanno-corso-di-piu-dallo-scoppio-della-guerra-israele-202506231116074530?refresh_cens
[23] Goldman Sachs gestisce filiali a
New York, Londra, pechino e Hong Kong
[24]
Goldman Sachs, ‘Is nuclear power set for a revival?’ 12 giugno 2025, in: https://www.goldmansachs.com/insights/articles/is-nuclear-power-set-for-a-revival


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