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mercoledì 29 luglio 2020

Documentari: in concorso Api&Agrotossici





Il Documentario “"Abelhas & Agrotóxicos” Api&Agrotossici, un corto di 9’40 prodotto con la partecipazione di Brasile, Bolivia, Argentina, Messico e Italia, è nella selezione ufficiale della "Mostra [em]curtas, edição 2020" di Pernambuco.
La giuria popolare sceglie il miglior film.
La produzione esecutiva del Documentario è della NATURALEZA DE DERECHOS, GWATÁ/UEG, ABA, MCC, NAVDANYA INTERNACIONAL mentre il produttore è ESSÁ FILMES
Il Documentario concorre nella Sessione Principale (Sessão Principal) con:

ABEJAS & AGROTÓXICOS - 2020
ANAS - 2019
CHICO MENDES - UM LEGADO A DEFENDER - 2019
NIMBUS - 2020
O MEDO DAS ÁRVORES – 2020

L’esibizione avverrà sul Canale Youtube Ufficiale della Mostra [em]curtas il 14 agosto alle 18 (ora brasiliana, 23.00 ora italiana)
La data per la votazione della giuria popolare per il Miglior film va dalle 18.00 (23.00 in Italia) del 14 agosto alle 17.59 (22.59 ora italiana) del 15 agosto.
Maggiori informazioni sulle opere si trovano nel link del festival:


La mostra [em]curtas in collaborazione con l’agenzia di produzione Tarrafa, premierà il cortometraggio che riceverà più voti della giuria popolare e otterrà un anno di Distribuzione gratuita dall’agenzia di produzione Tarrafa.
Sarà scelto un solo cortometraggio.


Abejas & Agrotóxicos – Api&Agrotossici

Sinossi: Il documentario “Abelhas & Agrotóxicos” fa parte della Ação da América Latina e Caribe pelas Abelhas (Azione di America Latina  e Caribe per le Api), realizzata a partire dal 20 maggio 2020, Giornata mondiale delle Api che riunisce più di 200 tra organizzazioni, collettivi e reti.
Le api sono tra i più importanti pollinizzatori responsabili di garantire la disponibilità degli alimenti nel mondo ma sono anche centrali nell’esecuzione di vari altri servizi che garantiscano l’equilibrio ambientale.
Tuttavia, ik numero e la diversità delle api sta diminuendo progressivamente, anno dopo anno. Questo è il risultato della egemonia di un modello di sviluppo basato sull’uso illimitato di risorse naturali e sulla violenza contro la Pachamama, la MadreTerra. Il mercato legato alla terra, basato su semi transgenici e agrotossici implica un impatto diretto sulla biodiversità e sulle api in particolare. Esistono almeno 83 agrotossici scientificamente collegati a probabili o possibili impatti sulle api. Tra questi si evidenziano un gruppo di neonicotinoidi e il fipronil.

Lottare per le api è lottare per la sovranità alimentare!

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sabato 18 luglio 2020

Lettera di Frei Betto dal Brasile: il volto indifferente della tanatopolitica


La Tanatopolitica è per l'analista Ian Shaw quel complesso di politiche che vanno in direzione di un controllo totale delle popolazioni mondiali e afferma: “Le nostre specie non sono mai state così alienate e così connesse, così insicure e così assicurate – afferma nel 2016 lo specialista in geografia umana Ian Shaw – se la civiltà tecnologica fallisce nel controllo delle sue tendenze irrazionali, la sua stessa esistenza è messa in pericolo”, conclude.




Frei Betto

Carlos Alberto Libânio Christo o Frei Betto, teologo e intellettuale


Care amiche e cari amici,

in Brasile si sta consumando un genocidio! Mentre vi scrivo, 16 luglio, il Covid-19, apparso da queste parti nel febbraio di quest’anno, ha già ucciso 76mila persone. Sono già 2 milioni le persone contagiate. Entro domenica prossima, 19 luglio, arriveremo a 80 mila vittime. È verosimile che in questo momento, mentre state leggendo questo mio drammatico appello, si raggiunga la soglia dei 100mila morti.


Quando penso che nella guerra del Vietnam, durata 20 lunghi anni, sono state sacrificate le vite di 58 mila militari statunitensi, mi rendo conto della gravità di quanto sta accadendo nel mio paese. Questo orrore è causa di indignazione e ribellione. E sappiamo tutti che le misure precauzionali e restrittive, adottate da tanti altri paesi, sarebbero state in grado di evitare un così elevato numero di perdite.
Questo genocidio non scaturisce dall’indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace dell’altrui morte. Quando era deputato federale, durante un’intervista per la televisione, nel 1999, aveva dichiarato: “Con il voto, non cambierete niente in questo paese, niente, assolutamente niente! Purtroppo, qualcosa cambierà solo se un giorno inizieremo una guerra civile, svolgendo il lavoro che il regime militare non ha fatto: ossia uccidendo circa 30mila persone”.
Ha dedicato il suo voto a favore dell’impeachment della presidente Dilma, alla memoria del più noto torturatore dell’esercito, il colonnello Brilhante Ustra.

Jair Bolsonaro, Capitano dell'esercito durante la dittatura
È talmente ossessionato dalla morte, che una delle sue principali politiche di governo è la liberalizzazione del commercio di armi e munizioni. Interrogato, sulla porta del palazzo presidenziale, se non fosse dispiaciuto per la morte delle vittime della pandemia, ha risposto: “Non credo a questi numeri” (27/3, 92 morti); “Un giorno moriremo tutti” (29/3, 136 morti); “E allora? Cosa volete che faccia?” (28/4, 5.017 morti).
Ma perché questa politica di morte? Fin dall’inizio, Bolsonaro dichiarava che l’importante non era salvare vite, ma l’economia. Da qui il suo rifiuto a decretare il lockdown, a recepire le linee guida dell’OMS, a importare respiratori e dispositivi di protezione individuale. È dovuta intervenire la Suprema Corte, delegando tali responsabilità a governatori degli stati e sindaci.
Bolsonaro non ha rispettato nemmeno l’autorità dei suoi stessi ministri della Sanità. Da febbraio il Brasile ne ha avuti due, entrambi dimessi per essersi rifiutati di adottare lo stesso atteggiamento del presidente. A capo del ministero c’è oggi il generale Pazuello, che non capisce niente in materia di salute; che ha cercato di occultare i dati sull’evoluzione del numero di vittime da coronavirus; che ha introdotto 38 militari a ricoprire importanti ruoli all’interno del ministero, senza che avessero le qualifiche necessarie; e ha cancellato le conferenze stampa quotidiane, attraverso cui la popolazione era informata e riceveva orientamenti.
Basterebbe enumerare qui i molti provvedimenti per destinare risorse in favore delle vittime e delle famiglie di basso reddito (oltre \100 milioni di brasiliani) mai messi in atto.
I motivi dell’intenzionalità criminale del governo Bolsonaro sono evidenti. Lasciar morire gli anziani, per risparmiare risorse della Previdenza Sociale. Lasciar morire i portatori di pregresse patologie, per risparmiare risorse del SUS, il Sistema nazionale sanitario pubblico. Lasciar morire i poveri, per risparmiare risorse destinate al programma Bolsa Família e agli altri programmi sociali rivolti ai 52,5 milioni di brasiliani che vivono in povertà, e ai 13,5 milioni che si trovano in situazione di povertà estrema (dati del Governo federale).

I poveri sono i più esposti alla carenza di cure. Tra questi, i popoli indigeni
Non pago di tali funesti provvedimenti, il presidente ha ora stralciato, dal decreto emanato il 3 luglio, l’articolo che introduceva l’uso obbligatorio delle mascherine negli esercizi commerciali, nei luoghi di culto e nelle scuole. Ha inoltre eliminato l’obbligo di multa per il mancato rispetto delle norme e l’obbligo da parte del governo di distribuire mascherine ai più poveri, principali vittime del Covid-19, e ai detenuti (750mila). Tali emendamenti non annullano tuttavia le legislazioni locali che hanno già previsto l’uso obbligatorio delle mascherine.
L’8 luglio, Bolsonaro ha stralciato degli articoli dalla legge, approvata dal Senato, che prevedevano per il governo l’obbligo di fornire acqua potabile e prodotti per igiene e pulizia, l’installazione di internet e la distribuzione di beni di prima necessità, semi e attrezzi agricoli, ai villaggi indigeni. Ha inoltre cancellato i fondi per l’emergenza destinati alla salute dei popoli indigeni, oltre che per facilitare l’accesso di indigeni e popolazioni quilombola, al bonus emergenza di 600 real (circa 100 euro) per tre mesi. Ha ancora cancellato l’obbligo a carico del governo di offrire un maggior numero di posti letto negli ospedali, ventilatori e macchinari per l’ossigenazione del sangue ai popoli indigeni e quilombola.


ndigeni e quilombola sono stati decimati dalla crescente devastazione socioambientale, in particolar modo in Amazzonia.
Vi prego di divulgare al massimo questo crimine contro l’umanità. Bisogna che queste informazioni raggiungano la stampa dei vostri paesi, le reti sociali, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, e la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, nonché le banche e le imprese che accolgono investitori, molto ambiti dal governo Bolsonaro.
Da molto prima di The Economist, sono solito chiamare BolsoNero il presidente – mentre Roma brucia, lui suona la lira, facendo propaganda alla clorochina, rimedio senza alcuna efficacia scientificamente provata contro il nuovo coronavirus. Ma i produttori sono i suoi alleati politici…
Vi ringrazio della vostra solidarietà e vi prego di divulgare questa lettera. Solo una pressione dall’estero potrà riuscire ad arrestare il genocidio che si sta consumando nel nostro amato e meraviglioso Brasile.
Fraternamente,
Frei Betto

Frei Betto è frate domenicano e scrittore, consulente della FAO e di movimenti sociali.

martedì 2 giugno 2020

API E AGROTOSSICI - Raccolta sulle evidenze scientifiche dell’impatto degli agrotossici sulle api





L'Associazione Brasiliana di Agroecologia, Navdanya Intarnational, il Movimento Scienza Cittadina, Gwata, Nucleo di Agroecologia ed Educazione del Campo, Natura di Diritti presentano il libro ‘Api e Agrotossici’, una raccolta di 201 articoli scientifici che evidenziano gli impatti degli agrotossici sui principali pollinizzatori del pianeta: le api.
Il compendio offre pubblicazioni  in relazione a 91 principi attivi degli agrotossici con indicizzazioni e qualità dei consigli editoriali e revisioni peer review.



Gli studi, che vanno dalle alterazioni neurotossiche, cognitive, riproduttive, sulle abitudini e i comportamenti fino alle morti su larga scala delle api, sono stati ottenuti attraverso investigazioni in rete e sulla base di dati specialistici e vengono raccolti in questo testo allo scopo di facilitare l’identificazione degli impatti e delle prove dei problemi causati alle api dall’uso di agrotossici.
La selezione di questi articoli corrisponde ad uno sforzo collettivo che include le esigenze degli apicoltori e delle organizzazioni sociali ma anche i suggerimenti dei ricercatori. Il libro è presentato in tre versioni – inglese, spagnolo e portoghese –  e indica le fonti di ogni articolo e le relative sinossi oltre ad una petizione presentata presso il Rapporto Speciale sui Diritti Economici, Sociali, Culturali e Ambientali (REDESCA) della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH).
Gli organizzatori intendono qusta pubblicazione come il primo di una serie di passi da compiere con cadenza regolare nella forma di pubblicazioni annuali che aggiungano le nuove informazioni apportate a questo campo della conoscenza.
Organizzatori: Eduardo Martín Rossi, Leonardo Melgarejo, Murilo Mendonça Oliveira de Souza, Gabriela Ferrer, Dagmar Olmo Talga, Renato de Oliveira Barcelos, Fernando Cabaleiro.



lunedì 9 marzo 2020

Coronavirus: in Cina solo 1 dei 5 ceppi noti




La mappa mostra che solo negli Stati Uniti sono presenti tutti i ceppi

La logica di base di questa mappa è che la posizione geografica con la più grande varietà di ceppi di virus deve essere la fonte originale perché un singolo ceppo non può emergere dal nulla. 
Solo gli Stati Uniti hanno tutti e cinque i ceppi noti del virus, mentre Wuhan e la maggior parte della Cina ne hanno solo uno, così come Taiwan e Corea del Sud, Thailandia e Vietnam, Singapore e Inghilterra, Belgio e Germania.
La Corea e Taiwan hanno un aplotipo diverso del virus rispetto a quello della Cina, forse più infettivo ma molto meno mortale, il che spiegherebbe un tasso di mortalità solo di 1/3 di quello cinese.
Né l'Iran né l'Italia[1] – che attualmente registrano il maggior numero di casi - sono stati inclusi nei test di cui sopra, ma entrambe i paesi hanno ora decifrato il genoma localmente prevalente e lo hanno dichiarato di varietà diverse da quelle presenti in Cina, il che significa che non sono originari della Cina ma sono stati necessariamente introdotti da un'altra fonte. Vale la pena notare che la varietà in Italia ha approssimativamente lo stesso tasso di mortalità di quello cinese, tre volte maggiore di altre nazioni, mentre l'aplotipo in Iran sembra essere il più mortale con un tasso di mortalità tra il 10% e il 25%. 
Dobbiamo, quindi pensare che l’epidemia sia iniziata prima del previsto, probabilmente nel settembre 2019 e negli Stati Uniti, dove i sintomi venivano ufficialmente attribuiti ad altre malattie, e quindi non rilevato fin dall'inizio[2].
Le polemiche sull'origine non cinese del ceppo italiano seguite alle dichiarazioni, poi attenuate, da parte del presidente dell’Ordine dei Biologi Vincenzo D’Anna, non sono, quindi, di secondaria importanza.
D’altra parte lo schema è coerente con i numeri restituiti in un primo momento dall’European Centre for Disease Prevention and Control l’11 febbraio 2020 e riportati dalla BBC[3]: come si vede, mentre in Italia si registravano solo tre casi, nella vicina Francia (gruppo C-D) c’erano già 11 casi e in Germania (gruppo C) 14.

“Un virus può creare più sconvolgimenti politici, economici e sociali di qualsiasi attacco terroristico: il mondo si deve svegliare e considerare questo virus come il nemico numero uno", dice il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus che per descrivere l’impatto e la pericolosità del virus, lo ha paragonato al terrorismo[4].
Certamente il virus è arrivato oltre gli obiettivi dell’embargo in Iran, che, dopo aver colpito, in alcuni casi mortalmente, personalità governative, non può più nascondere il fatto che vi sia un’emergenza legata alla diffusione del virus.
Anche da noi si registra un isolamento senza pari per cui la crisi sanitaria va di pari passo con quella economica.
D’altra parte, secondo le speculazioni di una emittente giapponese[1], potrebbe non essere casuale il fatto che il caso sia deflagrato proprio a Wuhan, la città in cui ha avuto luogo la 7ma edizione dei Giochi Militari Mondiali, mentre i più recenti esperimenti Darpa, sollevano dubbi e sospetti ulteriori[2]. 
La scienza non è altro che perversione, se non ha come fine ultimo il bene dell'umanità, ricordava Nikola Tesla. E la politica ha il dovere di informarsi, ragionare in termini preventivi e imporre dei limiti.




[1] Global Times, ‘Japanese TV report sparks speculations in China that Covid-19 may have originated in US’, 23 febbraio 2020.  In: http://en.people.cn/n3/2020/0223/c90000-9661026.html
[2] Whitney Webb, ‘Bats, gene editing and bioweapons: recent Darpa experiments raise concerns amid Coronavirus outbreak’, 30 gennaio 2020. In: https://www.unz.com/wwebb/bats-gene-editing-and-bioweapons-recent-darpa-experiments-raise-concerns-amid-coronavirus-outbreak/



[1] The Globalist, ‘Vincenzo D’Anna: “Il ceppo italiano del Covid-19 non viene dalla Cina, è un virus padano’, 29 febbraio 2020, in: https://www.globalist.it/news/2020/02/29/vincenzo-d-anna-il-ceppo-italiano-del-covid-19-non-viene-dalla-cina-e-un-virus-padano-2053828.html
[2] Larry Romanoff, ‘China’s Coronavirus: a shocking update. Did the virus originate in the US?’, 4 marzo 2020, in: https://www.globalresearch.ca/china-coronavirus-shocking-update/5705196
[3] BBC, ‘Coronavirus disease named Covid-19’, 11 febbraio 2020, https://www.bbc.com/news/world-asia-china-51466362
[4] Eloisa Gallinaro, Federazione Italiana Medici di Famiglia, ‘Il Coronavirus peggio del terrorismo’, 12 febbraio 2020. In:  http://www.fimmg.org/index.php?action=pages&m=view&p=18&art=3800

sabato 7 marzo 2020

Pandemic bonds: il senso per la semantica del capitalismo ultrafinanziario





E’ pandemia, salgono i Paesi in cui viene dichiarato lo stato di emergenza, oltre 100 mila le persone contaminate da Coronavirus, 3.500 morti, in Italia, ospedali al collasso, si discute su chi meriti o meno di essere curato, la Regione Lombardia è chiusa, nessuno può entrare o uscire, ma il WHO non fa scattare lo status di epidemia a quello di pandemia. “Visti i numeri ed i tentativi di contenimento del virus ancora non  sarebbe  necessario dichiarare lo stato di pandemia”[1].
La disciplina richiesta per rispondere all’emergenza, comporta un allarme economico, sociale, politico che si affianca a quello sanitario. A causa delle misure restrittive, dell'interruzione delle richieste di prodotti italiani all'estero, si parla già di una crisi economica globale dagli effetti superiori rispetto a quella del 2008 e si avverte di affrontare questo tipo di evento così come si risponderebbe in caso di attacco bellico. Ma se qualcuno perde, altri, come si è visto, riescono a cavalcare l’onda vertiginosa del rischio.


Le attività generate dalla finanza globale superano l'economia reale


Per il magnate Warren Buffet[2], amministratore delegato e presidente della holding statunitense Berkshire Hathaway e terzo uomo più ricco del mondo nel 2019,  le crisi sono motivo di guadagno e suggerisce agli investitori di restare pronti e fiduciosi nella capacità delle società di generare profitti e di evitare di vendere azioni: i ritorni si vedranno nei prossimi 10-20 anni e dovrebbero approfittare di queste ‘opportunità’.
Si tratta di opportunità offerte nel 2017 dalla Banca Mondiale la quale ha creato un meccanismo assicurativo con l’obiettivo dichiarato di aiutare alcuni dei paesi più in difficoltà in caso di pandemia trasferendo al settore finanziario i rischi economici generati da una crisi virale, riuscendo a muovere ingenti capitali svincolati dai macchinosi negoziati politici internazionali richiesti in questi casi. L’idea è arrivata in seguito alla diffusione di Ebola in Africa tra il 2014 e il 2016. Nel febbraio dello scorso anno sono stati sbloccati circa 20 milioni di dollari a beneficio del Congo seguiti ad agosto da altri 30 milioni. Ma i grafici dimostrano che il fondo è stato molto più utile a banchieri e investitori[3]
Funziona come un’assicurazione: chi acquista titoli, guadagna interessi e premi annuali finchè non vi è pandemia. Nel caso in cui si verifichi un focolaio, invece, si restituisce in parte o in toto quanto investito in un Fondo bancario pensato appositamente. Esistono due tipi di obbligazioni: la più redditizia (Classe A) vale 225 milioni di dollari, ha un tasso del 6,9% e viene pagato con cedole mensili; copre una vasta gamma di pandemie, dai coronavirus all’ebola alla febbre emorragica. E’ redditizia anche perché le condizioni per innescare il rimborso sono facili da soddisfare. Poi vi è un secondo bond (Classe B) riguardante le potenziali ipotesi che potrebbero verificarsi in caso di coronavirus. Vale 95 milioni di dollari e ha un tasso dell’11%. Anche questo prevede ricompense con cedole mensili. Malgrado la dichiarazione di buone intenzioni, il Fondo ha collezionato critiche eminenti. Ad esempio quelle di Larry Summers, ex capo economista della Banca Mondiale nonché segretario del tesoro durante il governo Clinton che nell’aprile del 2019 le ha definite un ‘errore imbarazzante’. O quelle di Olga Jones, ricercatrice presso l'Harvard Global Health Institute, ex consigliere economico della Banca mondiale e tra i più critici detrattori dei Pandemic Bond la quale sostiene che siano un modo per giocare d’azzardo con i soldi dei contribuenti scommettendo sulla probabilità che si verifichino terribili circostanze[4]. Gli investitori attingono, infatti, a fondi pensione e attraggono gli specialisti in assicurazioni legate ad eventi catastrofici. Sono stati i primi a cogliere entusiasticamente le prospettive di questi strumenti finanziari e, in poco tempo, la Banca Mondiale ha rastrellato 330 milioni di dollari pari a 303 milioni di euro.
Ma l’intero impianto architettato suggerisce che il sistema sia stato pensato non tanto a scopi umanitari e per salvaguardare popolazioni al collasso in caso di emergenze sanitarie, quanto per salvaguardare il famelico portafogli degli investitori. Dalle 386 pagine in cui viene spiegato il meccanismo dei pandemic bond, infatti, si comprende che le condizioni affinchè scatti l’erogazione dei fondi ai paesi che ne hanno bisogno sono tali per cui avvengono troppo tardi e in maniera insufficiente ad uscire dall'emergenza. Una delle condizioni affinchè il meccanismo entri in vigore, infatti, è che trascorrano 12 settimane dall’inizio dell’epidemia, che 250 persone muoiano nel paese in cui è iniziato il focolaio (e questo punto appare ampiamente soddisfatto) e almeno 200 in un secondo paese.


Figura 1 - Diffusione mondiale dei contagi al 5 febbraio 2020[5]

Inoltre, anche là dove questa eventualità si verifichi, dovrebbero passare 84 giorni dal primo rapporto dell’OMS prima che i fondi vengano trasferiti. Stando al caso del coronavirus, nota Sébastian Seibt per France24[6], il primo rapporto dell’OMS è stato pubblicato il 21 gennaio, ma si è ben guardato dal pronunciare la parola ‘pandemia’. Il funzionario Michael Ryan chiede attenzione alla semantica: l’uso ufficiale della parola ‘pandemia’ da parte del WHO[7] potrebbe spingere i governi a prendere decisioni avventate. E’ preferibile definire la faccenda come ‘diffusione mondiale di una nuova malattia’[8]. 




Se la situazione non fosse drammatica e dolorosa si potrebbe fare dell’ironia. Ma suonerebbe di cattivo gusto, almeno quanto appare disgustoso chi sta scommettendo su quante persone e dove miete la Nera Signora. Invece continuare a cincischiare e sottilizzare sui termini consente alla Banca Mondiale di trattenere i 320milioni di dollari dei pandemic bond. Che scadono il 15 luglio e le cui cedole vengono pagate ogni 15 del mese. La prossima cedola verrà pagata il 15 marzo.
A questo punto ci si potrebbe fare attraversare dal dubbio che l’inutilità del sistema pensato dalla BM per rispondere in maniera smart a delle emergenze sanitarie copra l’intento di assicurare, invece, che gli investitori ricevano lauti guadagni grazie ai generosi tassi di interesse che raggiungono addirittura il 10% per chi detiene titoli in entrambe le tipologie di bond.
L'intero schema è impostato per ridurre al minimo la probabilità di pagamento[9] . Se fosse dichiarata la pandemia dal WHO entro gli anni della durata del titolo, invece, i detentori del titolo perderebbero tutto, ad eccezione delle cedole incassate[10].
Lo strumento viene innescato quando un'epidemia sta per andare fuori controllo o è già fuori controllo. Troppo poco e troppo tardi. Intanto la crisi politica, economica e sociale ha avuto modo di dilagare.

Sono state stabilite 'zone rosse' da cui non è possibile uscire. Un 'fuggitivo' è stato trovato in Toscana e denunciato.















Ad oggi i pandemic bond hanno perso metà del loro valore iniziale a causa della deflagrazione dell’epidemia di Coronavirus a Wuhan.  Ma chi gioca d’azzardo sa che oggi si può perdere ma domani si può guadagnare il doppio. Chi sa cosa abbiano in mente: le vie della finanza creativa sono infinite.
Certo che, per quanto riguarda l’Europa, appare curioso che il primo caso sia stato registrato in Germania il 24 gennaio 2020, come da un report di medici tedeschi al New England Journal of Medicine [11], mentre il primo caso registrato in Italia risale al 21 febbraio, quasi ad un mese di distanza. Sebbene oggi venga divulgata la notizia secondo cui il virus fosse presente anche in Italia già da gennaio, ci vuole abilità a non riconoscere che i primi casi sono avvenuti nella Mitteleuropa, appunto, ma solo da noi ha generato un crescendo di misure politiche drammatiche e urgenti che hanno messo in ginocchio la testa finanziaria del Paese, provocando un isolamento senza precedenti nella storia, praticamente un autoembargo.
Come anche si ricorderà, malgrado la sovrapposizione e il turbinio di notizie, che l’ultimo volo partito da Wuhan appena prima che la città fosse completamente isolata, fosse diretto a Fiumicino, dove è arrivato alle 5 del mattino del 23 gennaio. In pratica la città di Wuhan è stata isolata mentre l’aereo era in volo e l’aereo è atterrato quando già si conosceva la gravità della situazione e l’isolamento di Wuhan[12]. 
Tutto sotto controllo, secondo le cronache.
Ma poi è stato proprio da qui, dall’Italia, che sono stati registrati più casi di Coronavirus o Covid-19. Conseguenza: militarizzazione di territori, misure di emergenza, medici richiamati dalla pensione, controlli per risalire ai movimenti di chi ha contratto il virus anche se 'asintomatico'. Certo, non poteva sbarcare in un posto migliore, in Europa.
 L’Italia, infatti, è stata scelta dal WHO come l’unico paese partner europeo insieme al Portogallo, a sperimentare un programma di azioni della Global Health Security Agenda (GHSA)[13], una partnership che raggruppa 50 entità tra Paesi, organizzazioni internazionali e non governative. 
Creato nel 2014 con l’obiettivo di aiutare i paesi a migliorare la propria capacità di affrontare malattie infettive per il bene della sicurezza globale. Un incarico prestigioso per la stampa, che così definisce la nostra adesione ad un programma pensato per popolazioni marginalizzate in risposta alle minacce imposte dalle nuove malattie. 
Il nostro Paese fa parte del Livello 4, orientato a Prevenzione e Immunità, dove le parole chiave sono Prevent, Detect, Respond. 
La decisione è stata entusiasticamente accolta e presentata dall’allora ministro della salute Lorenzin e dal rappresentante di AIFA, Agenzia italiana del farmaco, Sergio Pecorelli, con un comunicato stampa AIFA, il n.84 del 29.09.2014.
L’Italia, dunque, come Paese che sperimenta. Una sperimentazione che sta costando molto, troppo. Così tanto che è lecito chiedersi se i fondi europei cui l’attuale classe politica mira, saranno sufficienti a recuperare il terreno perso.
Quando e se verranno sbloccati. Che si tratti di uno sgambetto o di un incidente di percorso intanto rimaniamo sempre più isolati.
Sembrano manifestarsi gli avvertimenti della filosofa Annah Arendt, su un nuovo mondo governato dalle macchine in grado di chiudere il pianeta, di governare e disciplinare le nostre abilità di azione, linguaggio e pensiero. Una ‘tirannia senza tiranno’ basata su ‘regole di Nessuno’, dove, cioè, Nessuno è responsabile delle proprie azioni.
È davvero arrivato il tempo che la politica  globale riprenda le proprie funzioni di pubblica utilità e interrompa la follia di una finanza malata.

Chiara Madaro 



[2] “Warren Buffet: il Coronavirus? Un’opportunità per comprare azioni”, 25 febbraio 2020. Su: https://citywire.it/news/warren-buffet-il-coronavirus-unopportunita-per-comprare-azioni/a1327315
[3] Pete Evans, “Pandemic bonds were supposed tu fund the cost of fighting the coronavirus – so why aren’t they paying off?”, 22 febbraio 2020, in: https://www.cbc.ca/news/business/pandemic-bonds-1.5469646
[4] Financial Times, “Coronavirus strikes World Bank’s 2017 catastrophe bonds”, https://www.ft.com/content/3935ab5f-c6d2-4a91-ab98-f04b0a75da31
[6] Sebastian Seibt, “Useless pandemic bonds offer little hope for dealing with coronavirus”, 26.02.2020, in: https://www.france24.com/en/20200226-coronavirus-pandemic-bonds
[8] Tim McDonnell, “Is coronavirus technically a ‘pandemic’? Does that matter?”, 5 marzo 2020. In: https://qz.com/1813587/is-coronavirus-technically-a-pandemic-does-that-matter/
[9] Nicole Friedman, The Wall Street Journal, “Coronavirus Outbreak tests World Bank’s Pandemic Insurance”, 20 febbraio 2020, in: https://www.wsj.com/articles/coronavirus-outbreak-tests-world-banks-pandemic-insurance-11582136298
[10] Leopoldo Gasbarro, “Coronavirus: lo strano caso dei ‘Pandemic Bond?”, 7 marzo  2020.In: https://www.wallstreetitalia.com/coronavirus-lo-strano-caso-dei-pandemic-bond/

[13] https://www.ghsagenda.org/

martedì 20 agosto 2019

Arafat: fasti e nefasti di un terrorista Nobel per la Pace. I conti svizzeri, la corruzione dell’OLP, la CIA





Chiara Madaro


A volte gli eroi al comando sono solo nella fantasia di chi ci vuole credere. Ma quando ogni velo scivola via, mostra realtà desolanti. 
E’ il caso di Yasser Arafat, nome di battaglia Abu Ammar, morto in una clinica di Parigi l’11 novembre del 2004.
Un personaggio il cui percorso, ancora oggi, fa discutere. Leader storico dell’Autorità Palestinese, un tempo nota come OLP, Organizzazione per la Libertà Palestinese, Arafat ha incarnato il classico personaggio che si fa scudo di un popolo intero e del potere di un’ideologia, per raggiungere obiettivi del tutto personali.  

La vastità di questi interessi è tale che possono essersi realizzati solo disponendo di alte coperture ad ogni livello malgrado la brutalità di un regime terrorista.
D’altra parte “(…) faceva parte del disegno che l'autorità palestinese fosse brutale, repressiva e corrotta – secondo il politologo Noam Chomsky -  questo è esattamente ciò che Israele e Stati Uniti volevano, ecco perché Arafat piaceva (…). E se Arafat rubava denaro europeo o la sua Autorità viveva in ville lussuose a Gaza mentre la popolazione moriva di fame, andava bene, purché facessero il loro lavoro, controllare la popolazione e assicurare che fosse stabilita una dipendenza neo-coloniale da un lato, dall’atro assicurarsi che quelli che contavano non fossero danneggiati”[1]. 
Un punto di vista confermato dalle evidenze nel 2013, quando Wiki Leaks ha pubblicato 1,7 milioni di cablogrammi del Dipartimento di Stato statunitense risalenti agli anni tra il 1973 e il 1976 e, finalmente, declassificati.
  I cablo fanno parte dei cosiddetti ‘Kissinger Cables’ e mettono in luce come Arafat ricoprisse un ruolo centrale nella strategia statunitense pensata per i paesi del Vicino Oriente. Il giornalista d’inchiesta Lee Smith ha avuto la pazienza di studiare quella documentazione e riportarne il contenuto. Secondo Smith: “I diplomatici statunitensi sapevano che Arafat era un terrorista e che era responsabile non solo della morte di israeliani, ma anche di altri diplomatici americani, come l'ambasciatore Cleo Noel, assassinato a Khartum nel 1973 su ordine di Arafat. Ma Washington ha trascurato quei fatti per vincere quello che percepiva, giustamente, come un gioco molto più grande: la Guerra Fredda. 
Henry Kissinger
Durante gli anni di Kissinger – continua Smith - ciò che contava di più in Medio Oriente per gli Stati Uniti era il Golfo Persico, a causa delle sue vaste risorse energetiche. Il Mediterraneo orientale era importante solo nella misura in cui costituiva un altro luogo di scontro con i sovietici. Di conseguenza, Kissinger vedeva gli israeliani come un alleato strategico in grado di sconfiggere i possedimenti sovietici, incluso l'Egitto, che dopo la guerra del 1973 passò, infatti, dal campo sovietico a quello americano. Ma il fatto che Israele fosse un prezioso alleato americano – conclude il reporter nella sua analisi - non significava che Washington avrebbe voltato le spalle a figure arabe in grado di servire gli interessi americani più grandi, contrastando le ambizioni regionali di Mosca. I cablo mostrano che gli americani desideravano avere Arafat dalla loro parte”[2].
Arafat era considerato motivo di equilibrio a causa della guerra civile in Libano (antica provincia siriana) dove i profughi palestinesi si erano riversati a causa delle persecuzioni israeliane tra il 1948 e il 1975[3] . La guerra del Libano, che durò tra il 1975 e il 1990, fu innescata dal timore della componente cristiana di passare in minoranza a causa della quantità di arabi palestinesi che si riversava nel paese. Si calcola che nel ‘75 vi fossero circa 300 mila palestinesi in Libano. Sapere che la Palestina era guidata da un leader carismatico che proteggeva gli interessi della patria, costituiva, per i cristiani, motivo per credere che, prima o poi, la componente araba avrebbe fatto ritorno nelle proprie case, nelle proprie terre, e gli equilibri si sarebbero ricostituiti.   
La second guerra Israeliana contro il Libano
Contemporaneamente, nel 1974, in seguito alla guerra del Kippur e all’invasione delle alture del Golan da parte di Israele, anche la Siria iniziò a cercare di ampliare la propria influenza sul Libano, mentre cresceva l’intolleranza del Libano contro Israele. Insomma, una vicenda complicata in cui tutti erano contro tutti. Le fronde non accennavano a placarsi per cui soprattutto gli Stati Uniti, che avevano fatto promesse a destra e a manca pur di assicurarsi una sorta di ‘diritto di primogenitura’ sulle riserve fossili di cui l’area in questione era ricca, intendevano porre fine all'attuale conflitto arabo-israeliano. Il timore che una marcata conflittualità potesse danneggiare il loro prestigio agli occhi degli alleati aveva a che vedere con la possibilità che questi, alla fine, avrebbero potuto invertire la rotta e firmare con Mosca. Kissinger e il suo Dipartimento di Stato credevano che la risoluzione di questo conflitto sarebbe stato ben visto dagli amici arabi e al tempo stesso avrebbe danneggiato i sovietici. In quest’ottica,  Arafat era il loro asso nella manica.
Ed è in questo quadro che si inserisce il viaggio a Beirut nel 1976 del Senatore del Maryland Charles “Mac” Mathias e il suo incontro con Yasser Arafat. In cambio Arafat voleva il supporto statunitense nei confronti del ‘concetto di ‘Autorità Nazionale’ Palestinese nella West Bank e nella striscia di Gaza, oggi controllate da Israele[4]. 
   L’obiettivo di Arafat era di realizzare un unico stato palestinese che comprendesse Cisgiordania e Gaza. Sebbene sia Israele che Giordania, ritenevano assurda la richiesta di Arafat, il Primo Ministro israeliano Rabin, in particolare, escludeva qualsiasi trattativa con Arafat. Quest’ultimo fu, comunque, esaudito e due decenni dopo l’OLP, effettivamente, viene riconosciuto come Autorità Nazionale.
Dai cables non risulta con chiarezza fino a che punto gli israeliani avessero compreso il gioco ma, secondo Smith, è certo che sapessero come il capo dell’intelligence di Abu Ammar, Ali Hassan Salameh, una delle menti del massacro di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, fosse una risorsa della CIA. La verità è che il cosiddetto Principe Rosso è stato molto più che significativo per le relazioni tra Stati Uniti e Arafat. In quanto loro intermediario, ricopriva un ruolo chiave e le sue funzioni istituzionali e militari, erano un simbolo rispetto alla natura della loro relazione.
D’altra parte per gli Stati Uniti, la sussistenza di un regime terrorista con cui fare accordi, non costituiva un ostacolo insormontabile: le guerre nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente non erano nulla in confronto alla guerra nucleare totale che si prospettava in quegli anni. Anche dopo il massacro di Maalot del maggio 1974, in cui membri del Fronte democratico per la liberazione dei palestinesi uccisero 25 ostaggi israeliani, 22 dei quali bambini, l’ambasciatore americano Goodley commentava come, davanti a quella terribile vicenda, sarebbe stato prioritario capire cosa fosse in gioco nello scacchiere globale.   

E’ per questo che le forze statunitensi avevano tentato di portare i fedayyn più estremisti, verso posizioni ‘moderate’, quindi non azioni violente ma dialogo e trattative di tipo politico.
D’altra parte la Dottrina Truman si basava sul concetto di ‘guerra perenne’, riconcettualizzato dal successore Eisenhower in ‘complesso militare-industriale’, ricorda il leggendario cronista d’inchiesta statunitense Seymour Hersh[5].
Un personaggio, però, che alla lunga è risultato indigesto anche a chi lo aveva sostenuto in passato (Saddam). Già nei giorni precedenti il decesso si parlava di un possibile attentato alla vita del leader palestinese che sembrano essere confermate dai risultati di un’indagine pubblicata nel 2013 da Al Jazeera e condotta in Svizzera. Secondo le fonti, i resti di Arafat contenevano quantità insolitamente elevate dell'isotopo radioattivo polonio 210. All’epoca dei fatti, gli scienziati che redassero il rapporto tennero a sottolineare come i risultati cui erano giunti non erano conclusivi, ma "avanzano moderatamente la proposta secondo cui la morte [di Arafat] fu la conseguenza dell'avvelenamento da Polonio-210". Curiosa moderazione dato che si parla di livelli 18 volte superiori rispetto al normale[6].
  Senza contare quanto riferito dal medico personale del leader palestinese, il dott. Ashraf al-Kurdi,  secondo il quale nel sangue di Arafat era presente il virus dell’HIV sebbene non fosse morto di AIDS. La notizia non ebbe, all’epoca, ulteriori approfondimenti: l’intervista che il dott. Al-Kurdi stava rilasciando ad Al Jazeera, fu bruscamente interrotta, secondo quanto riportato dal giornale israeliano on line Haaretz[7].
Una delle possibili cause di un eventuale attentato riguardava i molti nemici che, ormai, si contavano anche tra le fila di chi lo aveva storicamente sostenuto.
Il Mossad israeliano, la CIA, il presidente siriano Bashar al-Assad (il cui padre, Hafez, disprezzava Arafat), e persino i suoi più stretti collaboratori, lo vedevano, ormai come un ostacolo alla pace o al mantenimento di equilibri seppur formali nel Vicino Oriente. Perfino a Saddam Hussein, che aveva contribuito economicamente e generosamente con le battaglie del leader, non piaceva più. Nei suoi ultimi anni di vita, Saddam si riferiva nei confronti di Arafat con toni offensivi e sprezzanti[8].
Meno prudente di Al Jazeera è l’analista Chossudowsky[9], fondatore di Global Research, il quale parla apertamente di omicidio.
Secondo Chossudowsky esisteva, nei servizi americani, un’area dedicata alle operazioni extra-legali, che operava in maniera del tutto autonoma senza riferire ad alcuno le operazioni in atto. “Non riferiscono a nessuno – afferma Chossudowsky - tranne ai tempi di Bush-Cheney, quando hanno riferito direttamente all'ufficio di Cheney”. Neanche il Congresso ha una capacità di supervisione su quanto viene deciso da quest’ala particolare che opera in ogni parte del mondo, nel nome dell’ignaro popolo americano e della pace. Non si tratta, in realtà di fatti legati al passato.  “In recenti sviluppi, a seguito dell'approvazione del Congresso degli Stati Uniti, il presidente può ordinare l'assassinio "legale" di un cittadino americano o di uno straniero, negli Stati Uniti e all'estero, teoricamente come parte della "Guerra globale al terrorismo"  - afferma l’analista - L'assassinio segreto di leader stranieri è parte integrante di quella che viene eufemisticamente chiamata "politica estera degli Stati Uniti".  
 Arafat era considerato un 'ostacolo per la pace'

Ma la decisione di eliminare il leader arabo arrivò da Israele, secondo la ricostruzione di Global Research: “Nel 2003, il gabinetto israeliano per gli affari sulla sicurezza politica espresse "la decisione di rimuovere Arafat come ostacolo alla pace". Ma non menzionò quando sarebbe stato eseguito l'assassinio di Arafat: "sceglieremo il giusto modo e il momento giusto per uccidere Arafat". La decisione del governo israeliano fu anche oggetto di un dibattito in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e di una mozione a condanna della decisione di Israele di assassinare Arafat. Tale decisione è stata approvata ufficialmente dagli Stati Uniti, che hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, conclude[10].
Ma la morte non è servita ad apporre un punto finale alla vita e alle opere di Yasser Arafat.
Un anno prima dell’improvvisa e misteriosa malattia, iniziò a diffondersi la notizia riguardante la deviazione di denaro pubblico su un conto privato svizzero ( Lombard Odier Bank di Ginevra) da parte di Arafat. Si parla di 300 milioni di $ appartenenti all’Autorità palestinese, un conto che, successivamente alla fuga di notizie, fu tempestivamente chiuso e di cui non si ha traccia. La notizia fece seguito ad una ulteriore e singolare divulgazione da parte del Fondo monetario internazionale, avvenuta nel settembre 2003, secondo cui Arafat aveva deviato su conti privati oltre 560 milioni di sterline di fondi dell'Autorità palestinese dal 1995 al 2000, mentre in un documentario della BBC si iniziò a parlare degli ingenti fondi (50mila $ al mese) versati dall’Autorità a beneficio di milizie armate di terroristi suicidi incaricati di attaccare obiettivi israeliani[11].
Nello stesso periodo anche l’Unione Europea iniziò a porsi degli interrogativi. "Tra il 2002 e il 2003, l'UE ha pagato 10 milioni di euro ( circa 1,5 miliardi di euro in 10 anni) all'Autorità palestinese senza alcun controllo", ha affermato Armin Laschet, all’epoca dei fatti, membro del Parlamento europeo dell'Unione Democratica Cristiana e copresidente della commissione di sorveglianza responsabile per gli aiuti palestinesi. ''[12].  
Inevitabile l’accusa di Israele secondo cui il denaro generosamente offerto dall’Unione Europea e destinato al vessato popolo palestinese, fosse, in realtà, stato utilizzato per finanziare il terrorismo ai danni di Israele. Una beffa se si pensa che, proprio Tel Aviv contribuiva anch’essa economicamente con la Palestina: in seguito agli zoppicanti[13] accordi di Oslo firmati alla Casa Bianca nel 1993 si era stabilito che Israele avrebbe incassato le tasse di vendita sui beni acquistati dai palestinesi e trasferito quei fondi al tesoro palestinese. 
  E non poteva, certo, mancare un po’ di peperoncino italiano. Nel 2018 l’Espresso[14] pubblica in anteprima mondiale il contenuto dei diari di Arafat, 19 volumi scritti a partire dal 1985 e terminati con l’improvvisa malattia, in ottobre 2004, quando lasciò Ramallah per essere ricoverato in un ospedale di Parigi dove morì di lì a poco. Dai diari si apprende, ad esempio, che in cambio di un riconoscimento pecuniario, Arafat confermò davanti ai giudici di aver ricevuto dei finanziamenti da Berlusconi. All’epoca dei fatti il padre di Forza Italia era sotto processo per finanziamento illecito al Partito Socialista di Craxi. Non mancano neppure dettagli sulla trattativa con Andreotti in seguito al dirottamento dell’Achille Lauro per mano di 4 terroristi palestinesi. In base agli accordi, Andreotti consentì al terrorista Abu Abbas di fuggire in Tunisia dalla Bulgaria. Dagli scritti autografi Andreotti, in particolare, viene descritto come il mediatore occulto tra OLP e USA. Curioso il particolare, ma forse neanche tanto, considerando l’evoluzione di altre dittature nel mondo, secondo cui non era Arafat a decidere le strategie militari. Lui veniva semplicemente informato di cosa sarebbe accaduto e, invariabilmente, benediceva i vari atti terroristici. Lasciava ad altri il ‘divertimento’ dello sfogo brutale. Un personaggio che, alla fine, diventa vittima di se stesso e quello che rappresentava.
Sotto accusa anche la moglie Suha, accusata di riciclaggio dalla gendarmeria francese la quale avrebbe appurato la ricezione di oltre 1 milione di $, 100mila dollari al mese, sui suoi conti personali svizzeri la cui fonte rimane ancora non chiarita[15].
Un colpo ai danni della credibilità di un leader e di un movimento che si dice nazionalista in un paese stremato da anni di guerre.
Salam Fayyad
Un colpo che ha permesso alla Banca Mondiale di entrare nel cuore finanziario dell’Autorità. La fuga di notizie ha, ovviamente, scatenato la folla contro il suo eroe e la corruzione del regime, per cui Arafat si è trovato costretto a nominare ministro delle finanze il tecnocrate Salam Fayyad, ex funzionario della Banca Mondiale, con l’obiettivo di risanare il libertinaggio finanziario dell’Autorità.  
Forse qualche leaks, più in là, svelerà come mai né i più potenti servizi di intelligence internazionali, né i più severi controllori finanziari si fossero accorti prima di dove andasse a finire quel denaro.
Rimangono i molti interrogativi di questa vicenda. Uno su tutti: fino a che punto è giusto abbandonarsi a quell’istinto infantile della guerra per bande e parteggiare per questa o quella fazione? Che senso ha, se gran parte di quello che avviene negli arcana imperii contraddice le nostre credenze? Che senso ha continuare a spendere energie a pensare ‘contro’ qualcosa o qualcuno piuttosto che a capire dove sia il guasto e porvi, finalmente, rimedio?



[6] Michel Chossudowsky, ‘The Assassination of Yasser Arafat had been Ordered by the Israeli Cabinet’, 7 marzo 2013, Global Research, in: https://www.globalresearch.ca/the-assassination-of-yasser-arafat-had-been-ordered-by-the-israeli-cabinet/31781

[7] Danny Rubinstein , 12 Ago 2007, ‘Arafat's Doctor: There Was HIV in His Blood, but Poison Killed Him’, in: https://www.haaretz.com/1.4961243

[8] Mark Perry, “A Martyr Unmartyred”, 8 novembre 2013, in:
[9] Michel Cossudowsky, ‘The Assassination of Yasser Arafat had been Ordered by the Israeli Cabinet’, 7 marzo 2013, Global Research, in: https://www.globalresearch.ca/the-assassination-of-yasser-arafat-had-been-ordered-by-the-israeli-cabinet/31781
[10] Michel Cossudowsky, ‘The Assassination of Yasser Arafat had been Ordered by the Israeli Cabinet’, 7 marzo 2013, Global Research, in: https://www.globalresearch.ca/the-assassination-of-yasser-arafat-had-been-ordered-by-the-israeli-cabinet/31781
[11] Inigo Gilmore, Arafat 'diverted $300m of public money to Swiss bank account', 09 Nov 2003, in:
[14] Lirio Abbate, “Esclusiva mondiale, i diari segreti di Arafat: Craxi, Andreotti e i fondi neri di Berlusconi” , 2 febbraio 2018, In: http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/02/02/news/esclusiva-mondiale-i-diari-segreti-di-arafat-craxi-andreotti-e-i-fondi-neri-di-berlusconi-1.317886