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giovedì 27 agosto 2026

In principio, il socialismo. I profughi ebrei in Salento, la Dichiarazione di Balfour, i volti del sionismo.

 




Fa impressione la deriva stragista, l’odio cieco, il nazionalismo eliminazionista che caratterizza la politica di Israele oggi. Fa impressione l’impotenza e l’inattività della diplomazia internazionale.

Eppure non è sempre stato così.

Lo Stato di Israele nasce ufficialmente il 14 maggio del 1948, quando David Ben Gurion, primo Primo Ministro di Israele, legge la Dichiarazione di Indipendenza che sancisce la fine del mandato britannico sulla Palestina: dalla mezzanotte di quello stesso giorno nasce Israele.

Ma la massiccia presenza degli ebrei in Palestina e le aspirazioni sioniste iniziano ben prima, il 2 novembre 1917 con la Dichiarazione di Balfour, un documento, una lettera, inviata dal Segretario agli esteri britannico Arthur Balfour a Lord Walter Rothshild, la figura di riferimento per la comunità ebraica britannica e del movimento sionista.

Nel testo Balfour dichiarava il pieno favore britannico rispetto alla creazione in Palestina di un ‘focolare nazionale per il popolo ebraico’ e si impegnava a facilitare la realizzazione di questo progetto specificando che non sarebbe stato fatto nulla per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle popolazioni arabe che abitavano l’area né lo status degli ebrei presenti in altri paesi.

Nel 1922 questa lettera andrà ad integrare il Mandato britannico della Palestina, un compito assegnato dalla Società delle Nazioni, la versione primordiale delle Nazioni Unite. Questa investitura internazionale favorì le prime ondate migratorie degli ebrei in Palestina[1].

Siamo in un momento storico in cui prevale un atteggiamento coloniale da parte delle nazioni più forti e vige il sistema dei Mandati avviato dopo la Prima guerra mondiale[2]. In particolare l’Art. 22 del Patto della Società delle Nazioni del 1919 stabilisce che le ex province dell’Impero ottomano erano classificabili come Classe A. Ai territori di Classe A in sostanza era riconosciuta indipendenza ma si considerava che necessitassero ancora dell’assistenza di una potenza tutelare almeno fino al momento in cui non sarebbero stati in grado di reggersi da soli. Era convinzione di Francia e Gran Bretagna, infatti, che le regioni mediorientali non fossero strutturate in modo da costruire strutture sociali, politiche e burocratiche moderne, assimilabili a quelle occidentali[3]. 

Ma, ovviamente, l’idea di tutelare le popolazioni locali era funzionale anche alla necessità di Londra di controllare il Mediterraneo e il Canale di Suez, fondamentale per i commerci britannici con le Indie e il controllo sul petrolio iracheno.

La decisione provocò, come è facile immaginare, la reazione delle popolazioni arabe e una situazione di conflittualità per cui nel 1939 Londra emana il Libro Bianco che limita fortemente la possibilità di acquistare terre in Palestina da parte della comunità ebraica.

Ma durante la seconda guerra, l’inasprimento e la violenza indiscriminata delle politiche contro gli ebrei in molti paesi europei genera oltre 250mila profughi alla fine del conflitto[4]. Ben presto la situazione diventa talmente ingestibile che già nel 1947 il Regno Unito rimette il mandato alle Nazioni Unite. Si vota, quindi, per il Piano di partizione con la Risoluzione 181 che consentirà ai britannici di ritirarsi già nel maggio 1948 in coincidenza con la proclamazione dello Stato di Israele.

E nasce il fenomeno dell’Aliyah Bet, l’immigrazione clandestina degli ebrei verso la Palestina.

E' a questo punto della storia che entrano in gioco le coste pugliesi, dove furono allestiti un certo numero di campi profughi: 34 a Santa Maria al Bagno, a Nardò, 35 a Santa Maria di Leuca, 36 a Santa Cesarea Terme e 39 a Tricase porto[5].

Questi Campi, noti come Displaced Persons Camps o DP Camps erano organizzati sotto la gestione dell’UNRRA[6] e di organizzazioni ebraiche come la Joint e la Brigata Ebraica che confiscarono molte ville per trasformarle in alloggi di transito[7]. Bari e Brindisi, poi, costituivano importanti snodi portuali anche se l’immigrazione clandestina avveniva, come oggi, su piccole imbarcazioni[8].

Da queste sponde passa anche David Ben Gurion, il principale architetto dello Stato ebraico e suo primo Primo Ministro, allo scopo di controllare personalmente i campi e portare sostegno ai profughi[9].

Ben Gurion era nato in Polonia e la sua Aliya, la sua migrazione in Palestina, avvenne già nel 1906, quando l’impero ottomano era ancora in vita.

Qual era il suo orientamento politico ed ideologico? Quello prevalente fino agli ’60: egli era un sionista laburista o socialista e fondamentalmente univa posizioni marxiste al nazionalismo ebraico. Il sionismo nasce come un movimento politico e ideologico alla fine del 19° secolo con l’obiettivo di difendere e creare uno stato ebraico autonomo nella terra storica di Israele, la Palestina. Il termine deriva da Sion, uno dei colli di Gerusalemme.

Il primo Congresso sionista ha luogo nel 1897 a Basilea in risposta all’antisemitismo che già avanzava in Europa. Il senso di insicurezza che governava il popolo ebraico condusse gli ebrei a convincersi di non essere solo una comunità religiosa ma anche una nazione dotata, quindi, del diritto ad autodeterminarsi. 

Ma il movimento sionista non è mai stato monoblocco. Esistevano varie correnti.

Il sionismo politico propugnato da Theodor Herzl[10] immaginava che prima di una immigrazione di massa si sarebbe dovuto realizzare un riconoscimento diplomatico nel diritto internazionale.

Il sionismo laburista di Ben Gurion, al contrario, pensava che lo stato di Israele andasse costruito sul campo, cioè iniziando l’immigrazione e creando comunità agricole collettive, i kibbutz.

Il sionismo revisionista di Ze’ev Jabotinsky[11] era più intransigente e militarista. E’ da questa posizione che deriva la attuale destra israeliana al governo.

Infine il sionismo religioso faceva confluire la fede ortodossa nell’ideologia politica: chi aderiva a questa posizione credeva che tornare in Terra Santa avesse un potere redentore.

Prevale, come si è detto, la posizione laburista di Ben Gurion fino al 1977, quando avanza la opposta visione militarista di Jabotinsky.

Cosa era avvenuto nel frattempo? Nel giugno 1967 scoppia la Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania, di Gerusalemme est e delle Alture del Golan da parte di Israele. La guerra fu l’esito di una serie di tensioni che si erano scatenate tra gli israeliani e gli Stati arabi. Le tensioni culminano con un attacco preventivo di Israele contro le basi aeree egiziane che rispondono chiudendo lo Stretto di Tiran, fondamentale per il controllo del petrolio. Il presidente egiziano Nasser, inoltre, chiede alle truppe di pace delle Nazioni Unite stanziate sul Sinai dal 1956 di lasciare la zona.

A questo punto un accordo congiunto di Egitto, Giordania e Siria si propone di distruggere lo Stato di Israele, una decisione conseguente a informazioni errate ricevute dalla Russia secondo cui Israele si preparava ad un attacco alla Siria.

Israele, sentendosi accerchiato, ancora una volta sferra un attacco preventivo con l’Operazione Focus distruggendo le forze aeree egiziane. In breve Israele conquista la Penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan.

Nel 1977 avviene, quindi, la svolta: il Likud, partito di estrema destra, vince le elezioni ponendo fine al governo delle sinistre e conducendo Israele verso posizioni sempre più militariste e intransigenti.

Una ulteriore sconfitta per le sinistre, favorevoli alla politica dei ‘due popoli, due Stati’ avviene nei primi anni 2000 con il fallimento degli Accordi di Oslo[12] degli anni ’90 e la seconda Intifada.

Il sionismo ha finito, oggi, per diventare sinonimo di colonialismo oppressivo e pulizia etnica denunciato dagli stessi ebrei che vivono dentro e fuori Israele, anche se rappresentano una minoranza[13].

Tra il 13 e il 15 giugno 2025 Vienna ha ospitato il Primo Congresso Ebraico Antisionista con la folta partecipazione di accademici, intellettuali, sopravvissuti all’Olocausto che hanno inteso ancora una volta distinguere l’ebraismo dal sionismo e condannando l’uso di ogni riferimento all’ebraismo a giustificazione delle violenze militariste del governo di Israele[14].

“In quanto ebrei antisionisti e alleati, siamo al fianco di tutti i palestinesi – in Palestina e in esilio – contro il sionismo e i suoi crimini, tra cui il genocidio, l'apartheid, la pulizia etnica e l'occupazione. Affermiamo il diritto dei popoli sotto occupazione di resistere con ogni mezzo[15] , come riconosciuto da diverse disposizioni delle Nazioni Unite - si legge nella Dichiarazione - Condanniamo senza riserve tutti i crimini di guerra commessi da Israele dal 7 ottobre 2023, tra cui la pulizia etnica, l'apartheid militarizzato, l'urbicidio, lo scolasticidio, il medicidio, la fame di massa come strumento di espulsione forzata di oltre due milioni di abitanti di Gaza, nonché il genocidio in corso di centinaia di migliaia di persone, uno dei peggiori crimini di guerra del nostro tempo. Questi atti sono già stati riconosciuti come tali dalla Corte penale internazionale e dalla Corte internazionale di giustizia, sebbene lo Stato di Israele abbia respinto categoricamente le richieste di entrambe le corti”. E si legge ancora: “Nessuno di questi crimini di guerra e crimini contro l'umanità avrebbe potuto essere perpetrato o perpetuato senza il sostegno attivo ed entusiasta delle potenze occidentali – attraverso aiuti militari, finanziamenti e copertura politica e diplomatica – guidate da Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda”[16].

I crimini del sionismo militarista, dunque, non definiscono tutto il popolo ebraico. 

E’ un punto da cui partire per combattere quella sensazione di profondo disagio che coglie chi ha sempre difeso il diritto del popolo ebraico a vivere in pace ma al tempo stesso non ritiene in alcun modo giustificabile il vortice di violenza innescata contro inermi popolazioni arabe palestinesi.

 

Chiara Madaro, 26 agosto 2026


Per approfondimenti:


https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/antisiniosmo-vs-antisemitismo.html


https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/arafat-i-conti-svizzeri-la-corruzione.html


https://pangea-ecosservatorio.blogspot.com/2019/08/il-petrolio-del-golan-usa-israele-siria.html




[1] Interactive Encyclopedia of the Palestine Question, ‘Balfour Declaration, 2 November 1917, in:  https://www.palquest.org/en/highlight/157/balfour-declaration-2-november-1917

[3] Quincy Wright, ‘Legal aspects of the Middle East situation’, Law and Contemporary Problems, Vol. 33, No. 1, The Middle East Crisis: Test of International Law (Winter, 1968), pp. 5-31, Published by: Duke University School of Law Stable URL: http://www.jstor.org/stable/1190839 . In: https://www.sci-hub.box/10.2307/1190839

[4] https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/refugees

[5] Cammino del Salento, ‘Salento luogo di accoglienza per ebrei sopravvissuti all’Olocausto’, 27 gennaio 2021, in: https://www.camminodelsalento.it/salento-luogo-di-accoglienza-per-gli-ebrei-sopravvissuti-allolocausto/

[6] UNRRA o United Nations Relief and Rehabilitation Administration — Amministrazione delle Nazioni Unite per il Soccorso e la Ricostruzione) è stata un'organizzazione internazionale fondata il 9 novembre 1943 da 44 nazioni alleate durante la Seconda Guerra Mondiale.

[7] Holocaust Encyclopedia, ‘Santa Maria di Leuca displaced person camps’, in: https://www.camminodelsalento.it/salento-luogo-di-accoglienza-per-gli-ebrei-sopravvissuti-allolocausto/

[9] Paolo Pisacane, ‘Santa maria al Bagno e gli ebrei, tra 1944 e 1945’, Fondazione Terra d’Otranto, 27 gennaio 2012,  in: https://www.fondazioneterradotranto.it/2012/01/27/santa-maria-al-bagno-e-gli-ebrei-tra-1944-e-1945/

[10] Theodor Herzl è stato un giornalista  e attivista politico austro-ungherese. La sua attività di cronista gli aveva permesso di testimoniare il diffuso sentimento antisemita durante il caso Dreyfus.

[11] Ze’ev Vladimir Jabotinsky è stato un leader sionista nato ad Odessa, in Ucraina. La sua visione militarista del sionismo ha ispirato il partito Likud.

[12] Gli Accordi di Oslo, sono un processo di pace avvenuto negli anni ’90 con l’obiettivo di trovare un compromesso nelle tensioni israelo-palestinesi. L’OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, risconosce lo Stato di Israele e rinuncia alla violenza mentre Israele riconosce l’OLP come unico rappresentante del popolo palestinese. Nel 1993 dopo lunghi incontri segreti viene firmato a Washington la Dichiarazione dei Principi che prevedeva il progressivo ritiro di Israele da Gaza e Cisgiordania e la nascita dell’ANP, Autorità Nazionale Palestinese. Gli accordo proseguono nel 1995 con Oslo II, firmato a Taba in Egitto. Qui viene decisa la divisione dei territori della Cisgiordania in 3 aree, la Zona A, a totale controllo dell’ANP, la Zona B, dive il controllo civile è dell’ANP e la sicurezza è sotto controllo congiunto, la Zona C, controllata da Israele. Rimanevano in sospeso alcune questioni spinose come lo status di Gerusalemme, rivendicata da entrambe le parti, il destino dei rifugiati palestinesi e il diritto al ritorno nella propria terra, il futuro delle colonie ebraiche di Gaza e Cisgiordania. Per incoraggiare il processo nel 1994 fu assegnato il Nobel per la Pace ai protagonisti Yitzahak Rabin, Shimon Peres e Yasser Arafat. Nel 1995 Yitzahak Rabin viene ucciso da un estremista ebreo mentre sul fronte palestinese hamas e la Jihad Islamica organizzano attentati per far fallire gli accordi. Nel 2000 un ulteriore tentativo di salvataggio del lavoro svolto, a Camp David, non ottiene esito positivo, poco dopo scoppia la Seconda Intifada e gli accordi di Oslo rimangono ad oggi congelati.

[13] Jura Gentium, ‘From the Ottoman Empire to Israel’s birth and expansion’, in: https://www.juragentium.org/topics/palestin/doc01/index.htm

[14] Anti-zionist Congress, Delaration of the Jewish Anti-Zionist Congress, Vienna, 13.15 June 2025, in:  https://www.juedisch-antizionistisch.at/en/declaration

[15] Shahd Hammouri, Law for Palestine, ‘The Palestinian people have the right of resistance by all means consistent with the principles of the UN Charter’, 8 ottobre 2023, in: https://law4palestine.org/the-palestinian-people-have-the-right-to-resistance-by-all-means-available-at-their-disposal-dr-shahd-hammouri/

domenica 23 agosto 2026

L’affondamento del cargo Cavtat, il carico tossico, le armi, la guerra fredda e il conflitto turco-cipriota

 




Il 14 luglio 1974 alle 04.12 il cargo mercantile ‘Cavtat’, battente bandiera maltese entra in collisione con la nave portacontainer ‘Lady Rita’ battente bandiera panamense e comandata dal napoletano Carmine Laudato e cola a picco a 6 miglia dalla costa del Golfo di Otranto in Puglia.

Colpiscono alcuni particolari: l’imbarcazione non affondò dal punto in cui venne colpita e poi l’affondamento durò 6 ore durante le quali non fu mai lanciato l’SOS.

La Cavtat era stata costruita nel 1968 e apparteneva in origine ad una compagnia di navigazione Jugoslava, la Jugolinija. L’incidente trascina la nave sul fondale, a circa 100 metri di profondità, con il suo carico tossico.  Secondo il manifesto di bordo, la Cavtat viaggiava con un carico di 2500 tonnellate di cui 270 di piombo tetraetile e piombo tetrametile, additivi antidetonanti, divise in 900 bidoni e il resto di ‘ferraglia’ e altro materiale chimico non ben definito. Secondo alcuni poteva trattarsi di armi anche perché, a differenza di quanto dichiarato in origine, il cargo salpava dal porto di Manchester, noto per via del traffico internazionale d’armi. Il carico fu recuperato nei quattro anni successivi grazie all’impegno profuso dall’allora pretore di Otranto, Alberto Maritati. Un impegno proseguito malgrado le pressioni esercitate nei suoi confronti da entità governative e internazionali affinché il carico fosse lasciato in fondo al mare. Oltre alle difficoltà tecniche e ai costi elevati che comportava l’operazione, sulla vicenda pesavano anche tensioni diplomatiche ed internazionali per via della nazionalità cui appartenevano le navi coinvolte in piena guerra fredda e a causa della reticenza degli attori coinvolti.

Maritati fu costretto a far valere l’autorità giudiziaria e penale, impose il sequestro e l’obbligo di intervento mostrando fermezza rispetto alla minimizzazione del rischio.

L'ultimo bidone di piombo tetraetile fu portato in superficie il 12 aprile 1978. Maritati scongiurò il disastro ambientale in quanto, secondo una commissione internazionale composta da 12 scienziati della NATO, tra il ‘76 e il ‘77 i bidoni avrebbero iniziato a disperdere il loro contenuto. Il costo dell'intera operazione ammontò a 15 miliardi di Lire ma riguardò solo i fusti di piombo tetraetile; il resto del carico, quello che veramente preoccupava la comunità internazionale e di cui tutt’oggi non si sa nulla, rimase nel relitto.

All’epoca dei fatti si sospettò che il carico dovesse servire alla guerra turco-cipriota caldeggiata dalla Cia. Proprio a Manchester, infatti, esisteva un enorme deposito d'armi appartenente a Samuel Cummings ex agente dell'organizzazione americana e indiscusso re del traffico d’armi su larga scala. La sua compagnia, la Interarms, registrava un fatturato annuo che ammontava mediamente a 100milioni di dollari provenienti da accordi stretti con dittatori, despoti, rivoluzionari e controrivoluzionari che alimentavano le guerriglie centro americane, senza distinzione di bandiera.

Non fu mai possibile stabilire ufficialmente un legame tra l’affondamento della Cavtat e la guerra di Cipro ma i fatti avvennero giusto pochi giorni prima dell’invasione turca (20 luglio 1974) mentre le operazioni di recupero terminarono a guerra finita.
Siamo, d’altra parte, nel vivo della guerra fredda e la NATO aveva avviato strutture e operazioni paramilitari di tipo segreto con l’intenzione di arginare possibili attacchi da parte dei Paesi del Patto di Varsavia. L’Italia faceva parte della ‘stay-behind net’, la rete al di là di ogni istituzione visibile, con Gladio in cui confluirono forze anti comuniste nate durante il secondo conflitto mondiale. La rete era in parte finanziata dalla Cia e ne facevano parte praticamente tutti i paesi europei, comprese le neutrali Svizzera e Svezia. Questa rete agiva al di fuori delle tradizionali organizzazioni militari della Nato anche attraverso i Cag, centri di addestramento guastatori, che avevano il compito di intervenire durante gli scioperi o le manifestazioni. E’, dunque, possibile che in ambito Nato siano state intraprese iniziative parallele e contrastanti rispetto a quelle ufficiali. 

L'arcivescono Makarios III

Anche Cipro faceva parte della rete con il LOK che organizzò un colpo di stato ai danni del Presidente, l’Arcivescovo Makarios, il 15 luglio 1974, accusato da Kissinger di essere il ‘Castro del Mediterraneo’. 

La guerra turco-cipriota si scatena nel luglio-agosto del 1974. Dopo l’indipendenza dal Regno Unito conquistata da Cipro nel 1960, l’isola viene guidata dall’arcivescovo Makarios III, eletto primo presidente della Repubblica. 

Makarios perseguiva inizialmente l’obiettivo della unione con la Grecia, la cosiddetta politica dell'Enosis. Ma nel tempo comprende che questo avrebbe scatenato tensioni con le minoranze turco-cipriote presenti sull’isola e con la stessa Turchia per cui finì per attestarsi su una politica di non allineamento e indipendenza. Questa scelta finì per renderlo inviso internamente  dai nazionalisti e dalla Giunta dei Colonnelli, la dittatura che dal 1967 flagellava la Grecia.

1l 15 luglio 1974, quindi, la Giunta militare di Atene guidata dal generale Dimitrios Ioannidis e l’organizzazione paramilitare cipriota EOKA-B decidono di rovesciare il governo di Makarios in modo da annettere Cipro alla Grecia con la forza. Makarios, sopravvissuto all’assalto militare si rifugia presso  la base militare britannica di Akrotiri per essere condotto a Londra mentre i golpisti insediano il governo fantoccio di Nikos Sampson, un ex guerrigliero noto per i sentimenti anti turchi.

Fondamentale nelle operazioni il ruolo del LOK, Lóchoi Oreinōn Katadromōn, ovvero Unità di Commando Montani / Forze Speciali, braccio operativo delle forze armate greche e greco-cipriote e facente parte della rete stay behind[1].

Propaganda turca dell'Operazione Attila
L’azione militare provoca la reazione turca con l’Operazione Attila tra il 20 luglio e il 18 agosto 1974. La Turchia invoca il Trattato di garanzia del 1960 in base al quale Turchia, Regno Unito e Grecia potevano intervenire per ripristinare l’ordine costituzionale sull’isola.

Il sanguinoso conflitto che si scatenò sui monti Pentadaktilos e all'aeroporto dell’isola provocò in breve il collasso del governo Sampson ma anche la caduta della Giunta dei Colonnelli ad Atene. In seguito ai colloqui di pace, però, la Turchia lancia un nuovo affondo sull’isola finendo per annettere il 37% dei territori.

Cartografia Limes sulla divisione di Cipro

Le Nazioni Unite decisero, quindi l’istituzione della Linea Verde
che comportò la fuga di oltre 150mila greco-ciprioti a sud e 50mila turco-ciprioti a nord.

Solo nel dicembre 1974 Makarios fa ritorno a Cipro governando la sola area greca fino al 1977, anno della sua morte.

 

 


Chiara Madaro, 23 agosto 2026



[1] In occasione del processo a Gladio, struttura stay behind italiana, del 1990 l’Avvocato Generale dello Stato dichiarò legittima la struttura e in linea con il Trattato Nato, un patto difensivo atto a creare un collegamento diretto tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Si tratta, perciò, di strutture legittimate ad operare ancora oggi.

 

venerdì 14 agosto 2026

Mediterraneo di pace: a Santa Maria di Leuca l’11ª edizione della "CARTA DI LEUCA". Ospite d'eccezione il cardinale Pierbattista Pizzaballa

 



Chiara Madaro

Il valore del dialogo interculturale e dei laboratori di Pace in tempi di guerra.

Di fronte a un contesto internazionale devastato da guerre e divisioni, Santa Maria di Leuca ha ospitato dal 10 al 14 agosto 2026 l’11ª edizione del Meeting internazionale dei giovani del Mediterraneo, un’intensa esperienza di fraternità e dialogo interculturale in tema di "Mediterraneo di pace per un mondo in pace – Bellezza, Arte e Pace" alla presenza di autorità civili, militari e religiose, oltre alla comunità giovanile diocesana.

L'iniziativa riafferma il ruolo del Salento come ponte di pace e dialogo tra i popoli.

Il contesto ha chiamato a raccolta giovani provenienti dai Paesi del bacino Mediterraneo come Gerusalemme e Cipro, riuniti per ribadire che le differenze possono generare accoglienza, abbattere le ferite della memoria e costruire un'alternativa concreta alla logica della guerra.

La carismatica presenza del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, rappresenta un forte segnale di speranza. La sua Lettera pastorale intitolata "Tornarono a Gerusalemme con grande gioia", sul valore della presenza dei cristiani in Medioriente, oggi teatro di aspri conflitti, ha costituito una guida ai lavori nel confronto sui valori del rispetto, della condivisione e della convivenza pacifica. Il cardinale Pizzaballa che ha offerto una testimonianza diretta da uno dei fronti di guerra più drammatici del pianeta ha ricordato il ruolo naturale del Salento, terra di confine e accoglienza, di partenza e di arrivo, abituata all’intreccio di culture e popolazioni, atteggiamento rinnovato attraverso la Carta di Leuca, piccolo seme che salva dalla cultura della paura, del male, del sospetto che spesso sembrano soverchiarci e propone invece una prospettiva sana della vita e dell’incontro. Il cardinale Pizzaballa valorizza, quindi, il dialogo come primo momento capace di sconfiggere la paura e chiusura in sè stessi e propone una domanda che nei teatri di guerra e violenza ci si chiede spesso: ‘dov’è Dio, perché permette che si compiano questi orrori’? Il cardinale propone un ribaltamento della questione traendo spunto da una lettura del Vangelo che ci riporta alle nostre responsabilità: dove è l’Uomo? A quale punto si trova l’Umanità in questo momento della storia? “Cosa abbiamo fatto della nostra umanità a Gaza, in Cisgiordania, in Israele, in Palestina, a Santa Maria di Leuca, in Puglia, in qualsiasi parte del mondo – dice il cardinale – (…) la nostra vita e la nostra esistenza deve diventare una risposta a tutto questo. In Terrasanta abbiamo assistito molto ad una sorta di de-umanizzazione e questo atteggiamento cinico genera sfiducia e paura”. “Salvare l’umanità in noi stessi – prosegue – nel nostro modo di pensare, nel nostro cuore, nelle nostre relazioni personali, familiari, nel modo in cui costruiamo la comunità”.

L'evento trova le sue radici nell'insegnamento di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, è stato una delle figure più profetiche e amate della Chiesa italiana del Novecento. Vescovo degli ultimi, poeta e instancabile costruttore di pace, è stato dichiarato Venerabile da Papa Francesco nel 2021. Presidente di Pax Christi dal 1985, ha trasformato la cultura della pace in azione concreta. Nel dicembre 1992, già gravemente malato, guidò oltre 500 pacifisti in una memorabile marcia a piedi fino a Sarajevo assediata dalla guerra, sfidando le armi per chiedere il cessate il fuoco.

Sulle orme di don Tonino, mancato il 20 aprile 1993, il meeting ha vissuto un momento simbolico con la marcia notturna di pace nella notte tra il 13 e il 14 agosto dalla sua tomba ad Alessano fino al Santuario di Leuca.

Il percorso è culminato il 14 agosto con un appello ai potenti della Terra e la proclamazione della Carta di Leuca. Nelle intenzioni di mons. Vito Angiuli, vescovo della Diocesi di Ugento - Santa Maria di Leuca, incarico che ricopre dal 2010, la Carta non è un semplice esercizio formale, ma un accorato appello politico e spirituale ai responsabili delle nazioni affinché trasformino le parole dei giovani in azioni concrete di giustizia e disarmo.

La Carta di Leuca 2026 intende dimostrare che, mentre la diplomazia dei governi tace o fallisce, la "diplomazia dei giovani" sceglie di incontrarsi, camminare insieme e chiedere un futuro di convivenza pacifica.

“Uno sguardo aperto significa anche avere un cuore aperto”, si conclude con questo augurio da parte del cardinale Pizzaballa alla Comunità.

14 agosto 2026

 

venerdì 31 luglio 2026

Il nucleare in Italia. Tra mafia, scorie, malattie.

 

Chiara Madaro



Il 5 giugno 2026 la Camera ha approvato un disegno legge con l’obiettivo di introdurre nuovamente l’energia nucleare in Italia.

La discussione, iniziata ad ottobre 2025 con l’obiettivo di diversificare le fonti energetiche e produrle sul proprio territorio nazionale nel quadro delle politiche europee di decarbonizzazione da attuare entro il 2050, dovrebbe condurre alla messa a punto di un programma nazionale per l’energia nucleare e l’istituzione di una autorità indipendente per la sicurezza oltre che un organo di ricerca in materia di energia nucleare[1]. Con l’approvazione della Camera il Decreto legge è passato all’esame del Senato per l'approvazione definitiva di una strategia a lungo termine per la sovranità energetica.

Si punta agli Small Modular Reactors di terza e quarta generazione in grado di produrre meno scorie e con maggiori sistemi di sicurezza. Attraverso l’installazione di queste nuove centrali ci si propone di coprire almeno il 10-15% del fabbisogno energetico nazionale anche se la messa in opera di un programma di questa portata prevede tempi pluridecennali e il primo reattore entrerebbe in funzione solo tra il 2035 e il 2037 mentre si potranno registrare quantitativi rilevanti di energia solo nel 2040[2].

L’Italia vanta importanti centri di ricerca come l’ENEA ma rimangono alcuni nodi fondamentali in merito ad un tema che in passato ha generato molti conflitti sociali: la ricerca ha, forse, negli anni, migliorato la sicurezza degli impianti ma i recenti incidenti in Giappone hanno dimostrato che davanti alle forze della natura nessuna struttura può dirsi al sicuro. Inoltre rimane il problema delle scorie e dell’individuazione di uno o più depositi nazionali.

Nel 2023 il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato una mappa delle Aree Idonee (CNAI), 51 aree sparse in 6 regioni[3], Piemonte, Lazio, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia. Attualmente i rifiuti radioattivi italiani prodotti attraverso la medicina nucleare vengono stoccati grazie ad appositi accordi in Francia e Regno Unito mentre quelli a bassa radioattività sono conservati in 4 centrali nucleari dismesse a Trino, Caorso, Latina, Garigliano[4].

 

La questione dello stoccaggio delle scorie è rinfocolata nell’ottobre 2013 in occasione della declassificazione dell’audizione segretata di Carmine Schiavone avvenuta in occasione della seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sulle attività illecite ad esso connesse il 7 ottobre 1997.  

Carmine Schiavone, iniziato a Cosa Nostra a Milano da Luciano Liggio nel 1974 e appartenuto al clan dei Casalesi, diventa collaboratore di giustizia nel 1993. Le sue rivelazioni condurranno a centinaia di condanne nel maxiprocesso Spartacus.

In particolare Schiavone, cugino di ‘Sandokan’, Francesco Schiavone, anch’egli coinvolto nel giro, spiega come avvenisse l’interramento di rifiuti pericolosi nel casertano e nel resto d’Italia, attività svolta illegalmente e senza alcuna precauzione per decenni e in vicinanza di falde acquifere.

Le attività altamente lucrose denunciate da Carmine Schiavone sarebbero avvenute con il tacito beneplacito delle istituzioni: “La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato - afferma il collaboratore – Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe potuto esistere?”.

Schiavone, tesoriere del clan, registrava l’entrata di 100 milioni al mese per l’interramento di fanghi nucleari provenienti anche dalla Germania, sebbene ad un certo punto si rende conto che il profitto arrivava almeno a 600-700 milioni al mese.

Un business miliardario in cui c’era anche chi gestiva la faccenda ‘a livello massonico’ e che arrivava a personaggi del calibro di Licio Gelli: ‘Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? L’essenziale era il business – dice Schiavone – So per esperienza che fino al 1992, la zona del sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall’Italia”. Molti fusti pericolosi e radioattivi venivano anche affondati in qualche carretta del mare nel Mediterraneo, tra Calabria e Campania. “So che a Milano c’erano delle società che raccoglievano rifiuti, anche dall’estero – prosegue Schiavone - rifiuti che poi venivano smaltiti al sud. So che in Lombardia c’erano queste società che gestivano i rifiuti ma non so chi erano i proprietari”. Ma descrive una gestione complessa, che necessitava di una progettazione articolata e gestita da poche persone in Italia, gente che faceva parte di circoli culturali, intelligente, che studiava, gente collegata ad Aversa, Lecce e Napoli[5].

La storia del nucleare in Italia è costellata da ostacoli e non sono mancate forme di sottostima del problema e contradizioni.

Un problema che riguarda la gestione sanitaria dei territori e delle popolazioni che li abitano esposti direttamente a tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi per decenni.

Tumori, malformazioni, danni genetici, lesioni gravi e gravissime al sistema encefalo-midollare e digerente, morti premature. Sono questi alcuni degli effetti di una esposizione diretta o indiretta alle radiazioni che si sprigionano in seguito ad un incidente nucleare.

Di queste alterazioni si era a conoscenza già negli anni Cinquanta, agli albori di una entusiastica campagna a favore di una forma di energia considerata ‘pulita’. 

Le prime evidenze degli effetti avversi delle tecnologie nucleari derivavano dai primi esperimenti atomici condotti nel dopoguerra dagli USA senza le dovute precauzioni. Per la prima volta nei simposi scientifici si inizió a parlare di un nuovo elemento radioattivo, lo stronzio 90. Barry Commoner[6], biologo, leader del movimento ecologico negli anni Sessanta e Settanta, denunciava che lo stronzio, elemento naturale non pericoloso e lo stronzio 90, suo isotopo radioattivo, si muove attraverso l’ambiente parallelamente al calcio in quanto elemento chimicamente simile. Questo, scambiato dagli organismi viventi per Calcio, viene assorbito dalle piante attraverso il suolo e quindi anche dal corpo umano entrando nella catena alimentare fissandosi nei vegetali, nel latte, nelle ossa.

Ma a metà degli anni Settanta l'uso dell'energia atomica per la produzione di elettricità era già una realtà in Europa occidentale. Altra storia in Italia, dove comincia a delinearsi una lunga battaglia antinucleare. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, il nucleare era in origine difeso a spada tratta proprio dai gruppi ambientalisti e proprio in quanto energia pulita.  Ma si inizia a parlare della scarsa sicurezza degli impianti nucleari, dei frequenti incidenti e dei terribili e incontrollabili effetti sugli esseri viventi. Si realizzano cosi le prime pubblicazioni a denuncia del silenzio delle autorità sui tanti incidenti che continuavano a verificarsi in altre parti del mondo. Cosi, quando si individuò in Montalto di Castro, nel Lazio, il sito giusto per l'installazione della prima centrale nucleare italiana, i cittadini si ribellano supportati da intellettuali e giornalisti. Il problema aveva preso una piega inaspettata destinata ad acutizzarsi quando nell'86 esplode il caso Chernobyl.

Fino al novembre 1987 quando gli italiani vengono chiamati a decidere attraverso una consultazione pubblica: il risultato referendario espresse chiaro parere negativo al nucleare in Italia.

In realtà non si trattò di dire semplicemente SI/NO sull'uso di questo tipo di energia.  Queste le domande:

 1) Volete che venga abrogata la norma che consente al CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere sulla localizzazione delle centrali in caso in cui gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti?

2) Volete l'abrogazione del compenso ai Comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone? (ndr, la cosiddetta monetizzazione del rischio)

3) Volete l'abrogazione della norma che consente all'ENEL di partecipare agli accordi internazionali per la costruzione della gestione delle centrali nucleari all'estero?

In tutti e tre i casi vinse il SI per l'abrogazione e in seguito al risultato di questo referendum furono interrotti i lavori per la costruzione di ben cinque centrali.

Ancora nel Referendum 2011 il 94% degli italiani risulta sfavorevole.

A distanza di alcuni decenni, la questione continua a registrare aspetti controversi dovuti anche ai pareri contrastanti in materia di sicurezza. La fusione, come si diceva, abbatte il problema dello stoccaggio dei rifiuti ma non lo elimina.

Nel 1999 al termine dei lavori della Commissione Scalia in cui viene audito Carmine Schiavone, approva all’unanimità un documento sulla ‘Strategia di Intervento per la Disattivazione degli Impianti Nucleari e la Sistemazione dei Rifiuti Radioattivi’.

Per la prima volta viene tracciato un quadro completo e dettagliato sulle scorie radioattive nel nostro Paese, spiegandone la pericolosità e presentandolo come “problema da risolvere". Bisognava, dunque trovare un sito apposito che raccogliesse i materiali recuperati dalla chiusura delle centrali di Latina, Corso, Trino Vercellese dopo il referendum dell'87.

La scelta cade su Scanzano Jonico e scoppia il putiferio.

Il 25 novembre 2003 Carlo Jean, presidente del SOGIN (Società di Gestione Impianti Nucleari SpA), viene ascoltato dalla Commissione Ambiente alla Camera insieme al professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica e presidente dell'ENEA, in merito al decreto legge n. 314/2003[7] che indicò Scanzano come unico sito nazionale disponibile. Alla decisa conferma sulla sicurezza del sito da parte del generale Jean, il professor Rubbia contrappone forti perplessità. Secondo il professore, lo studio del SOGIN fu fatto in tempi troppo brevi e solo sulla base di materiale bibliografico che, peraltro, risaliva al 1977. "Non ci sono solide basi scientifiche - sostiene Rubbia aggiungendo che l'ENEA aveva proposto un sito superficiale e non geologico e per rifiuti di seconda categoria e non terza.

"Queste vergogne dell'energia nucleare vengono nascoste nelle profondità sotterranee e marine - prosegue il Premio Nobel - Non abbiamo la minima idea di quello che potrebbe succedere ai fusti con tonnellate di sostanze radioattive che abbiamo già seppellito e di quelle che aspettano di esserlo. Sotto la pressione delle rocce a miglia a migliaia di anni da oggi, dimenticate dalle generazioni a venire, le scorie potrebbero spezzarsi o essere assorbite da un cambiamento geologico che trasformi una zona secca in umida entrare nelle acque e andare lontane a contaminare l'uomo attraverso la catena alimentare. Sono delle bombe ritardate. Le nascondiamo pensando che non ci saremo più per risponderne”.

I dubbi e le accuse sulla scelta del sito, sui soggetti che si occuperebbero dello smantellamento e della successiva installazione di un nuovo impianto sono tanti e vengono da più parti.

C'è, poi, un pacchetto di leggi sul riordino energetico promosso nei primi anni 2000 tra cui spiccano le leggi Marzano molto discusse all’epoca in quanto avrebbero consentito di trattare come merci e non rifiuti i materiali radioattivi sovvertendo, quindi, la nozione stessa di rifiuto oltre che l’intero ciclo dei rifiuti e lo spostamento delle merci radioattive.

Insomma il nucleare è la nuova frontiera, sembrerebbe, ma con queste premesse la sindrome di NIMBY, not in my backyard, è dietro l’angolo.

1 agosto 2026


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[2] Samuele Leccese, ‘A piccoli passi: anche l’Italia va verso il nucleare’, 19 giugno 2026, in:  https://www.orizzontipolitici.it/a-piccoli-passi-anche-litalia-va-verso-il-nucleare/#:~:text=Lo%20scenario%20delineato%20fissa%20l'obiettivo%20di%20coprire,cui%20tratta%20proprio%20il%20ddl%20Pichetto%20Fratin.

[4] Il Post, ‘L’Italia si è data altri 15 anni per far tornare le scorie radioattive dall’estero’, 29 aprile 2026, in: https://www.ilpost.it/2026/04/29/rinvio-rientro-scorie-nucleari-italia-stoccate-estero/

[5] Audizione del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone in Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Ciclo dei Rifiuti e sulle Attività Illecite ad esso Connesse’, seduta di martedi 7 ottobre 1997. Il documento segretato viene declassificato il 31 ottobre 2013, in: https://campania.peacelink.net/rifiuticampania/docs/133.pdf

[6] Peacelink, Donne e uomini per la pace Stati Uniti (1917-2012) - Barry Commoner in:  https://www.peacelink.it/storia/a/50361.html

[7] DECRETO-LEGGE 14 novembre 2003, n. 314 - Disposizioni urgenti per la raccolta, lo smaltimento e lo stoccaggio, in condizioni di massima sicurezza, dei rifiuti radioattivi.

https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2003-11-14;314